Isolamento, stupore, incanto di tutti gli istanti mortali rapidi eterni.


Ricordavo la crudeltà ardente con cui i suoi occhi avevano fissato lo spazio quando avevo detto di Felice che gli ritoglievo la mia vita. E non s'erano dunque mai quelle stesse pupille posate su qualche fiorato alberello in un febbraio precoce o su qualche roseto sperduto nella calura, esistenze vegetali labili piene di pensiero?

Un riso anche labile mi pullulava segreto dall'anima, desolato più d'ogni singhiozzo, mi staccava mi lontanava, velato spiritato riso, mentre i due che amavo si contendevano quello che pareva non dovesse più mai stagnare, mio impudico pianto.

M'amavano essi?

Non alla mia stregua. Lo affermo giustizia facendomi come sul patibolo.

E m'hanno persa perchè innanzi io li perdetti. Entrambi.

Sulla terra che è tanto bella, tanto che anche i sepolcri vi s'innalzano con spiragli di luce, il mio lamento si esalava senza speranza:

«Vogliatemi bene: Vi faccio soffrire, lo so. Come una cosa vissuta, una cosa annosa. Che vi ha preceduti, che vi seguirà. Vogliatemi bene, sono tanto stanca. Ch'io vi distingua, che tutto non si confonda. Questo mio masso di dolore — va in schegge su voi — le schegge vi lacerano, lo so — il masso resta, più nudo....».

Mi risollevavo. Non era vero, non ero stanca.