Ma poter strozzare il male che mi serra la gola! Prima che s'intenebrino le cose.
Credevamo, nevvero? nel bene.
In sogno la notte parlavo a mia madre. Concitata, ma la tenerezza mi fondeva il cuore. Ah, la sua assorta rigidità!
«Mamma, sei mai stata china sur un letto, con la tua guancia contro una guancia di bimbo o di uomo, finchè il bimbo o l'uomo siasi addormentato con calmo respiro?».
Fiumane limacciose, salci riversi, vento giallastro. C'è una bontà nascosta nelle vene del mondo?
Ora sapevo. E quelli che avevo amati roventemente per un mistero di fede, creduti sopra ogni altra virilità ed ogni altra fanciullezza ricchi di germi, guardati avidi se mai qualche nuovo mito da loro si staccasse celeste, ora vedevo, ora sapevo, erano non dagli altri ma da me diversi, ora vedevo, ora sapevo.
Da me diversi. Dalla mia sostanza ingenua. Dalla mia trasparenza. Che li aveva attratti. Che ancora li sommoveva nel suo rutilamento miracoloso. Non potevano odiarmi, non potevano uccidermi. Li soverchiavo, tentavano arginare la piena delle certezze mie, nate con me, scatenando quello che avevano in sè stessi di più remotamente oscuro, invano. E innumerevoli volte, in quel seguito allucinato di giorni e di notti, colme dell'anima mia del mio balbettìo del mio rantolo, per mesi e per stagioni or l'uno or l'altro innumerevoli volte mi caddero ai ginocchi. Li creava allora la disperata poesia che in me non voleva morire? Trascoloravano. Benedetta, parevan mormorare le sfere avvicinandosi, benedetta tanta passione, di là d'ogni livore e d'ogni tormento. Il cuore non s'è sottratto, il cuore fatto per darsi s'è dato, non si pentirà mai, c'è tanta grazia anche in questo suo spezzarsi. Non si offuschino i chiari occhi eroici. Le mani hanno supreme carezze....
Poi i lineamenti si distendevano, taceva ogni voce. Guancia contro guancia, materno ritrovamento, protezione sul misericordioso sonno.
Così stanno, per sempre: composti: un lene soffio accorato, mio, su essi dormienti o pellegrini.