Così in conche d'ulivi i venti posano e ali chetamente radon le fronde.


Così quella ch'io fui per Andrea e quella che fui per la donna di cui non dico il nome, rimane per sempre, cosa bianca, grumo di pietà, è là per sempre, salva dalle furie ella che s'era alle furie abbandonata bianca, è là, io la vedo ora, preludiante cosa, l'aria attorno è sommessa e dolce.

L'hanno premuta, carne di cerbiatta. Le hanno colto in biondi sentieri more asprigne. L'hanno respinta. Lungi, coi capelli madidi sulle tempie, l'una è andata per selve rosseggianti al tramonto chiamandola chiamandola, s'è gettata a terra, ha creduto sentir emergere dal pinastro tappeto la forma adorata, per sempre lungi. L'altro, oh l'altro, nella sua scorza più chiuso....

Selve, selve incenerite su cime d'isole: tutti quanti gli stravolti aspetti della bellezza: risa di dementi, canti di forzati: selvaggia vita, irreduttibile ferocia, vita che morde che strangola, vita dei flutti e dei vulcani, nasconditrice di giustizia!

Nascosto, remoto ogni perchè.

Perchè mio figlio, ch'era mio nel tempo lontano come nessun figlio mai fu di madre, perchè mi venne tolto, non morto ma con tutte le sue salde ossa, con i suoi occhi aperti, e la bocca mutata che mi rinnega, che dice che più non mi vuole?

E come per lui, che non cerco più, ch'è più solo ricordo di strazio nelle fibre, morbo nelle mie scafate fibre quando di tutt'altro esse soffrono, così per l'uomo che non volle tenermi sorella, che mi respinse dalla sua ombra.

Rispondono forze che non hanno nomi, voci d'immenso volume, alte, ma sembrano anche di sotterra. Tutto il mio delirio, tutto il mio martirio non bastano ad interpretarle. Sperse come aromi. Sperse come aromi.

Ma rispondono. Sono.