Fra le strette pareti di legno eco di torrenti.
Profetica notte.
Anni da venire, misteriosi, con movenze libere, con intensi riposi. Prossimi o lontanissimi da venire, però miei. Non il desiderio li suscitava, ma, stranamente, quel vuoto insonne, quella lenta attesa d'alba quali fantasmi chiedenti d'incidersi nella memoria. Le cime di ghiaccio mirate nel sole, e il cammino per giungervi, abeti e larici, larici ed abeti, poi erbe e brevi cerchi d'acqua azzurra, azzurri occhi, e il mio pianto, nuovo, vena d'alpe, riasciutto indi lassù, dove Prometeo, spezzate le catene, fermo restava, placato ma non saziato — tutto questo, concretezza lucente, aveva preceduto. Bianca e profetica ora la notte.
Anni da venire. Segnati inverosimilmente da ritornelli di risa, risa schiette come certe galoppate di carminio traverso la nuvolaglia nei cieli marini, improvvise. Tanti paesi, tanti volti. Di bimbi, di vecchi, di amanti, di stanchi. E viole innumerevoli ai miei piedi, per quando nessuno mi vedrà, per me. «Sarai perfetta ogni volta che vorrai esserlo per te sola». Anima che Eraclito chiamava umida! Chi le darà dunque il tono che la morte le ha ricusato? La solitudine con tutti i suoi fragranti capelli?
Ah dolce, dolce levarsi, muovere incontro al tripudio dei prati di smalto, dolce su la fronte la fascia raggiante del mattino, in alto!
Ah forte, forte l'andar della Dora, verde schiumante tra ripe di rocce! E in alto il suo lago, il bel Combal, per un poco ne arresta il vergine tumulto e con cheto mistero l'assorbe, le insegna il sapore profondo della terra.
Ah puro, puro nella sera l'erto altare di ghiaccio, e le sette stelle in alto!
Puro d'odio il mio cuore.