IX.

Fino a quel giorno io m’ero creduta in possesso d’una salda morale, semplice ed evidente, colla quale sarei passata nella vita senza dubbî e senza prove. Se il perchè dell’esistenza mi sfuggiva, se intorno a me dalla fanciullezza in avanti avevo visto scemare via via i motivi di entusiasmo, di commozione, di orgoglio, se la mia individualità era da me stessa quasi ignorata e perennemente tradita, non m’era però mai venuta meno la fiducia nella volontà e m’eran riuscite sempre incomprensibili le disfatte provocate dal sentimento o dal senso, lo sfacelo d’un’anima. Il primo grande dolore che avevo provato mi era venuto da mio padre, dalla scoperta della debolezza d’un uomo che m’era parso un dio. Io avevo bisogno di ammirare innanzi di amare. Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola. Ma avevo così anche voluto che la fatalità non fosse più forte di me, avevo mostrato un volto umano a quel fato.

Avrei ora ammesso nella mia vita miseranda l’intervento ironico d’una forza estranea e sconosciuta? Mi sarei potuta credere suo ludibrio? Mi sarei detto ch’io non era che un essere ibrido, incerto, in balìa dell’ambiente, facile preda alle voglie infami che mi circondavano?

L’invocazione alla morte era stato il primo grido della creatura nella notte. Ma venne il sonno, e poi il risveglio: la necessità di prender in braccio il piccino, di preparargli la colazione, di provvedere all’andamento della casa ove la vita si svolgeva impassibile, ove il sole e l’aria marina entravano, ove libri e carte parlavano di lotte e di evoluzioni, ove si affacciava il ricordo de’ rari ma fulgidi istanti di sconfinata speranza per i miei sogni di donna e di madre.

E i miei vent’anni insorsero.... Perchè non avrei potuto esser felice un istante, perchè non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava. Quell’uomo mi aveva soggiogata per tante settimane, aveva saputo imporsi al mio pensiero.... Perchè? Perchè ero sola, disamata, assetata ed anelante....

Lui? Era proprio lui, quell’uomo miserevole che m’era apparso, la sera avanti, spoglio d’ogni poesia e d’ogni illusione, brutale e ridicolo? E un’ira folle mi prendeva contro me stessa, che cadeva subito per lasciar posto ad una vergogna profonda. Io avevo rinunciato a me stessa. Quel poco ch’ero divenuta, quella creatura umile ma splendente d’una pura maternità, io l’avevo buttata ai piedi d’un essere volgare, dallo stupido egoismo, che s’affrettava a gualcirmi come un’erba sulla strada! Ero dunque discesa così in basso? La mia smania di vivere m’aveva accecata. La vita che cercavo era l’errore, era l’abiezione.... Mi confrontai con mio marito: eravamo allo stesso livello, ed io più abietta di lui perchè lo sapevo.

Alcuni giorni dopo, ero appena tornata col bimbo dal giardino di mio padre, una bracciata di fiori era sul tavolo; l’anima interrogava cupamente il vicino avvenire, senza ricever risposta; quando vidi entrare il dottore con uno strano viso, il dottore che in quell’ora doveva compiere il suo consueto giro professionale.

Bastarono poche parole. Egli veniva dalla casa di quell’uomo, a cui la moglie, il mattino, aveva trovato in tasca una mia lettera. La sciagurata sospettava da qualche tempo. Ma la verità non l’aveva atterrata. Si sapeva poco lontana dalla morte e d’altronde non era quello il primo tradimento del marito, nè il primo giorno in cui ella aveva sentito d’odiarlo. Voleva vendicarsi prima di morire. Per questo aveva chiamato il dottore, sapendolo mio amico.