Egli mi porgeva la lettera ch’era riuscito a farsi consegnare insieme alla promessa del silenzio. E dinanzi al mio volto che si decomponeva per l’insulto, per lo spasimo, il buon giovane non potè che chiamarmi per nome tremando....
Ci stringemmo la mano, come trovando un reciproco conforto in quel patto di silenzio.
Che cosa credeva? Potevo io spiegargli?
Disse quel che gli pareva consigliabile per sfuggire una catastrofe. Dal canto suo avrebbe vigilato, nulla risparmiato.
—Ma non lo riceverà più, mi promette?
Non risposi. Si alzò; e allora soltanto, afferrandogli di nuovo la mano, si sciolse il nodo che avevo in gola; un singhiozzo mi troncò la voce mentre balbettavo che non sentivo di aver perduto la sua stima.
—Lo credo—e mi guardò triste.
Passarono due giorni, in cui continuai a persuader me stessa della mia umiliazione, mentre, al pensiero che mio marito avrebbe potuto apprendere e interpretare in modo brutale, ero assalita da una ribellione sorda e insieme dalla smania di confessare il mio fallito tentativo di vivere, affinchè mi conoscesse e mi allontanasse dalla sua casa come una donna che non era sua e che avrebbe potuto esser d’altri e che lo sarebbe forse un giorno. Nei sentimenti contrarî che mi combattevano, io sentivo naufragare la mia volontà, la mia persona, tutto quello che avevo creduto di essere e a cui rinunciavo desolatamente.
Intanto quella donna non aveva saputo o voluto tacere; s’era sfogata con un’amica, e la notizia, ghiotta quanto incredibile, aveva serpeggiato sino a giungere all’orecchio di un caporione della fazione clericale, chiamato per nomignolo l’avvocatino.
Il dottore alle prime voci venne di nuovo a trovarmi; mi disse che bisognava negare, negare: nessuno aveva prove: bisognava che tutto apparisse mera invenzione diffamatoria.