Gli scoprivo una concitazione interna sempre maggiore. Vegliava su di me. Che cosa io spingeva? Non potevo, non volevo indagare, in quell’ora fosca.... Ma non riuscivo a scacciar il ricordo del sospetto balenatomi sui rapporti suoi con mia cognata. Anche lui era isolato in quell’ambiente ostile: anche lui aveva ceduto, si era umiliato di fronte a se stesso. Ora riconosceva forse in me un’altra vittima. E sentivo che il suo spirito m’era vicino come nessun altro mai, tenero e mesto.

La sera egli tornò, chiese di parlare da solo con mio marito. Posi a letto il bambino, udendo come trasognata il bisbiglio delle loro voci nella stanza attigua. Indi fui chiamata; il dottore aveva raccontato che l’avvocatino si divertiva da qualche giorno a malignare sulle riunioni serali in casa dell’assessore nostro parente, e sulla recente festa da ballo: io e un’altra signora della comitiva eravamo sopratutto bersaglio di quelle chiacchiere infami: all’una si attribuivano parecchi amanti alla volta, a me uno solo, discretamente e ancor platonico, poichè si parlava di sole occhiate dalla finestra e di lettere....

Il dottore era calmo, bonario come il solito, sollecito di rassicurarmi: aveva consigliato al marito dell’altra signora, ed ora al mio, che entrambi chiedessero conto al diffamatore delle sue parole: era l’unico mezzo per rintuzzare una buona volta l’audacia di quel mascalzone, mostrargli che non lo si temeva.

Mio marito, pallido, si frenava. Rimasti soli, si limitò dapprima a rimproverarmi la mia leggerezza, la smania nuovissima venutami in quell’anno di frequentar gente, di mostrarmi elegante e brillante. Per esser tranquilli in paese non bisognava uscir dal proprio guscio!

Ma il dubbio lavorava nel suo spirito, dava via via alle sue parole un tono più acre ed imperioso; egli era di coloro che la propria voce accende ed esalta fino al parossismo, nelle ore di tempesta. Io sapevo che nulla più ormai l’avrebbe fermato sulla via delle inquisizioni; sentiva spuntare, annodarsi nel suo cervello i sospetti. Incapace di padroneggiarsi più oltre, esigeva che negassi quello di cui già mi insultava, e che protestassi insieme d’amar lui solo. La faccia convulsa e paonazza, gli occhi fuor della fronte, diventava spaventoso: ebbi l’improvvisa sensazione d’essere una piccola creatura indifesa sotto una potenza cieca e bestiale. Rimasi muta, rigida.

Ad un tratto mi risolsi, investita dalla sua medesima esaltazione. A che mentire? Io avevo chiamato quell’uomo. L’aveva amato forse! L’avevo anche respinto, come respingevo lui, mio marito, e li odiavo entrambi.... Mi cacciasse! Mi uccidesse! Sentendo il suo orgoglio montare implacabile, tutto il mio essere si levava in un impeto.... Egli non interrogava, minacciava, accusava. Non mi credeva: mi ero data, lo confessassi....

Non ricordo altro. Rivedo me stessa gettata a terra, allontanata col piede come un oggetto immondo, e risento un flutto di parole infami, liquido e bollente come piombo fuso. Colla faccia sul pavimento, un’idea mi balenò. Mi avrebbe uccisa? Con una strana calma mi chiesi se l’anima mia sarebbe mai stata raggiunta in qualche parte dalle anime di mia madre e di mio figlio.

Ed ho il confuso senso della disperata ira che mi assalse quando, dopo una notte inenarrabile in cui il mio viso ricevette a volta a volta sputi e baci, e il mio corpo divenne null’altro che un povero involucro inanimato, mi sentii proporre una simulazione di suicidio.... «Bisogna che io ti faccia morire di mia mano; ma non voglio andar in galera: devo far credere che ti sei data la morte da te stessa...»

Ira silenziosa e vana, disperazione spasmodica, agonia atroce, ombre di follia.... Giorni, settimane. Tutto è avvolto di grigio; non distinguo più la successione delle sofferenze, dei deliri, delle soste di stupefazione. Mio padre, informato, era riuscito col dottore a persuadere l’uomo pazzo ed insieme vile a perdonarmi, a credere che tutto non era se non aberrazione momentanea. Mia cognata, mia suocera, avevan toccato il tasto dello scandalo: ogni cosa, piuttosto che la pubblicità di quell’onta! E, insieme, tutta questa gente mi circondava come in un sogno mostruoso: tutti mi credevano una bestia immonda, e tutti mi risparmiavano per viltà.