Ogni notte di me si faceva strazio; ogni giorno eran scene di rimpianto, eran promesse di calma, di oblìo. Mettevo paura?
E intanto la vita esterna doveva apparire immutata. Dovevo uscire a fianco di mio marito e talvolta fra noi era il bimbo; il dolce fiore sorrideva fra due che s’odiavano.
La mia riputazione già era divenuta cosa pubblica che i due partiti dovevano difendere od offendere. I miei partigiani potevano sprezzarmi in segreto ma dovevano esaltarmi ad alta voce; quelli dell’avvocatino e dell’arciprete non mi conoscevano per nulla e dovevano proclamarmi disonesta. In questa odiosa disputa che contegno teneva colui che n’era causa? Sua moglie, aggravata dal male, era partita, condotta via dai suoi genitori. Ma erano state notate da più d’uno le passeggiate sotto le mie finestre. Non era egli capace di assumere la posa di colui che ha tutte le ragioni per difendere cavallerescamente una donna? Il dottore me lo lasciava temere.
Un giorno le mie sorelle mi trassero a visitare mia madre. Quattro anni quasi erano scorsi dalla sua entrata nel tetro luogo. Ella non ci riconosceva più affatto, non aveva più ricordo, nessuna luce negli occhi; ripeteva un gesto infantile delle mani per tastare le stoffe, i nastri e le acconciature nostre; e un linguaggio a monosillabi in una gola affiochita era tutto ciò che distingueva le sue manifestazioni da quelle di un bimbo di un anno. Dall’ultima visita era impinguata ancora, e i tratti del viso minuti, delicatissimi, che sparivano fra le guance ed il mento, avevan di per se stessi un’espressione straziante, sembravan vivere, rammentare, chiederci conto della persona sottile e sensitiva che essi avevano illuminata, un tempo....
Baciai le ciocche grige, e nel punto stesso una voce interna parve avvertirmi: «....Le tue labbra non toccheranno più questa fronte....»
Più?... Lungo la strada del ritorno, in carrozza, come un’ossessione mi avvolse: quel mònito mi cantò nel cuore. Intorno, ogni cosa era fresca e verde; le sorelle scambiavano rade parole, e la vita pareva sorridesse loro con più soave inconsapevolezza dopo la visione formidabile.
A casa, il bimbo mi attendeva. Egli aveva due anni, mi amava, oh! mi amava con tutta la forza del suo cuoricino; era intelligente, forte, bello, con la dolcezza di mia madre negli occhi. Che cosa mi raccontava della giornata trascorsa? Il suo babbo era cupo; lo lasciammo solo: io composi il corpicciuolo fra le lenzuola, rimasi colla mano sulla piccola tepida guancia fin che sentii il respiro del dormiente, tornai in sala da pranzo.
Mio marito aveva incontrato quel giorno l’uomo che credeva mio amante, e gli era parso di scorgere ne’ suoi occhi un lampo di dileggio; quegli era tra due amici, certo suoi confidenti. Che ne pensavano, che sapevano? Parlassi, parlassi, per Iddio!
Io restavo in attitudine prostrata, incapace di ogni moto. In verità quasi non udivo distintamente ciò che mi diceva. Sembrava che la mia vita mi sfilasse dinanzi, raccolta in pochi episodî, e ch’io la guardassi da un’altra sponda, con occhi nuovi. Era breve, e non era bella. Che cosa avrebbe detto un giorno mio figlio conoscendola? Se egli quella sera stessa avesse potuto comprendere e parlare, mi avrebbe pregata certo di trarlo in braccio e di andar lontano con lui nella notte, ad affrontare la miseria, la fame, la morte....