Io pensavo a tutte le volte che avevo sentito «staccato» dal mondo, lontano, quell’uomo. Egli non aveva neppure discepoli; nessuno dei tanti giovani che s’affollavano nelle redazioni delle riviste maggiori, ed invocavano in versi «l’atteso», aveva l’impulso d’interrogarlo, di scandagliare il suo segreto.
La vecchia amica si rassegnava:
«Egli è veramente un esemplare unico, ed io mi compiaccio certe volte con uh po’ d’estetismo che mi sia caduto sotto gli occhi. Ne arrossisco, perchè, in fondo, egli mi desta una gran compassione.... E tu, piccina, hai subito un poco il suo fascino? Le donne non sono mai insensibili alle manifestazioni mistiche.... Se potessi mostrarti il mio esempio, ti direi che io credo nel mistero, che ho anch’io, come si dice, le finestre aperte sul mistero. Ma non posso stare tutto il giorno alla finestra, e c’è tanto da fare in casa!»
Ella sorrideva con una ironia che nascondeva un’appassionata tenerezza. Come delicatamente ella sfiorava le anime! Avrei mai un giorno potuto espandere intera la mia con lei? Sentivo lento lento un affanno salire. Per quella nobile creatura la vita era amore: e se l’amore è tutto nella vita, io non conoscevo ancora la vita....
Si giunse alla fine di febbraio: l’influenza infieriva, mio figlio s’ammalò, dapprima senza sintomi gravi, indi rapidamente precipitando verso il pericolo. Mai quella creaturina era stata inferma: qualcosa mi trascinò fuor di me, in quei giorni di terrore inobliabili, e di cui pur non conservo un distinto ricordo. Una sola notte rivivo. Alcuni accessi nervosi violenti, seguiti da vere allucinazioni, da barlumi di furore,—per cui il caro viso, ove poco tempo innanzi ancora i cinque anni sorridevano, diventava irriconoscibile, spaventoso,—avevan fatto spuntare nella mente mia e degli altri presenti un sinistro fantasma: meningite.... La parola mi danzava nel cervello, lo riempiva. Si attendeva la dottoressa. Coperta solo di un accappatoio, tremante pel gelo della notte e per la febbre che da tre giorni serpeggiava anche nelle mie fibre, mi curvavo sul bimbo che a volte mi respingeva o mi guardava àtono senza riconoscermi; mi gettavo su una poltrona lì presso, mi rialzavo. Per un’ora o due, forse, immaginai mio figlio perduto, mi raccolsi in questo pensiero, sentii le lagrime, sgorgate irresistibili alla vista degli spasimi infantili, asciugarsi; mi chiedevo: «Potrò trovar subito un mezzo per morire, o dovrò giuocar d’astuzia per deludere la sorveglianza di costoro?» Nessun richiamo mi veniva dalla vita poi che la vita si chiudeva su mio figlio, su colui pel quale soltanto avevo riaperto con rassegnazione gli occhi in un’altra tragica notte....
La crisi nervosa fu superata; per quarant’ore circa dalla boccuccia rossa non era uscita una parola dettata dall’intelligenza o dalla volontà; una piega ostinata, amara, l’aveva contratta; gli occhi, più larghi, sembravano interrogare su ciò che avveniva e inquietarsi di non comprendere.... Non rivedo le fattezze straziate dal male, ma risento la sofferenza acuta di quella vista. Avevo la febbre, non potevo percepire ciò che accadeva in me, e impressioni lancinanti si succedevano, si confondevano. Ricordo il risveglio, invece: un attimo divino: il sorriso che si abbozzava su quelle povere piccole labbra, che irraggiava il visino bianco, mentre una vocetta esile, nuova e insieme antica, rispondeva alla dottoressa che gli domandava il nome.... Oh, nome, nome di mio figlio che da quell’ora mi divenisti parola di vita!
Il male seguì il suo corso regolare: il piccino era docile, quasi preoccupato lui stesso di guarire; non v’era da lottare per compiere le prescrizioni mediche. Nei momenti di maggior sollievo, quando la febbre gli dava requie, egli mi chiedeva: «Che avevo, mamma, l’altra notte?... Vedevo rosso.... tu non c’eri, tu non c’eri....» E una manina saliva a carezzarmi il viso. Nella piccola stanza una luce violacea penetrava mentre i pomeriggi di marzo, di là dalla terrazza, inondavano il cielo di nubi dorate. Poi, l’ombra subentrava, e le lunghe ore notturne sfilavano. Io rimanevo sola a vegliare, fin verso l’alba.
La figura di mio marito si disegnava talora torbida nella notte, mentre restavo con lo sguardo avvinto alle linee incerte e dolci della testina riversa sul guanciale. Durante il periodo acuto della malattia di nostro figlio l’avevo visto sinceramente commosso. Ciò non mi aveva dato un solo fremito, chiusa come ero nel tragico cerchio delle mie sensazioni materne. Come due estranei, avvicinati momentaneamente dalla sventura, le nostre persone ritte da un lato e dall’altro del letticciuolo, non avevano avuto neppure per un istante un moto, un gesto, l’una verso l’altra....
....L’esistenza adorata era salva, rivolta di nuovo verso l’avvenire. La consideravo ormai con calma, con la stessa sicura energia con cui avevo considerato la sua possibile fine. Essa era la parte migliore di me, che riposava e si ritemprava così, la parte vergine, ignara, possente, quella che avrebbe debellato ogni insidia, come testè la morte. Ma l’altra parte, la creatura vegliante, agitata da ricordi e da presentimenti, debole e incerta nella sua dolorosa esperienza? L’altra viveva d’una vita intensa come non mai, scrutava senza risultato le tenebre circostanti, temeva, forse per la prima volta con tale sincerità, di sè stessa e del suo destino....
Perchè avevo pensato tanto naturalmente alla morte quando mio figlio era in pericolo? Non esistevo io dunque indipendentemente da lui, non avevo, oltre al dovere di allevarlo, oltre alla gioia di assisterlo, doveri miei altrettanto imperiosi?