Tre anni quasi erano trascorsi dal mio tentato suicidio. Durante l’incessante ascesa avevo voluto persuadermi, persuadendo altrui colla penna e coll’esempio, che la vita va vissuta per un fine più largo che non sia quello della felicità individuale, che ogni rinuncia è possibile e divien facile, quando si giunge a sentire la necessità del legame sociale. Mi ero esaltata tante volte dinanzi a questa concezione, mista di ascetismo e di paganesimo, glorificante insieme l’azione e la contemplazione. Senza le lusinghe di una fede pietosa, avevo sentito crescere in me forze insospettate, che erano state capaci di attutire le voci del senso e del cuore.

Illusione! Menzogna! Io che predicavo la forza di vivere, io, poche notti prima, avevo sentito questa forza estinguersi come per incanto col suono d’una fievole voce infantile. Il mio ideale di perfezionamento interiore crollava dinanzi alla realtà di questo fatto: una cosa sola, ora come tre anni prima, era realmente viva in me, viva e formidabile: il legame della maternità.

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XVII.

La convalescenza del piccino fu lunga: al principio di aprile andammo, noi due soli, a passare alcuni giorni a Nemi: nel verde rinascente dei boschi la creatura amata riacquistò finalmente tutta la sua vivacità. Dolcezza ineffabile di quella nostra solitudine dinanzi alla piccola conca glauca e silenziosa del lago! Gli occhi di mio figlio, dopo la malattia, parevano ancor più profondi e pensosi; il sorriso esprimeva una tenerezza più vibrante. Egli era ormai entrato nella fanciullezza, ormai i ricordi dovevano cominciare ad imprimerglisi nel cuore. Per lui, per lui!... La coscienza della mia dedizione, ora ben lucida, mi avrebbe sorretta?

Mi riposi al lavoro. Tutte le mie colleghe mi avevano dimostrato pietà e cortesia eccezionali, e tanto l’editore quanto la direttrice erano stati indulgenti per la mia prolungata assenza.

Mi piaceva percorrere ogni giorno, anche col tempo cattivo, come una qualunque lavoratrice, il breve tratto di strada da casa mia all’ufficio della rivista, lottando collo scirocco o colla tramontana. Giungevo in redazione col volto un poco acceso per la corsa. Sedevo; tagliavo le pagine delle riviste appena arrivate, dei libri nuovi. Era una piccola ricognizione nel paese della coltura, ove erano sempre per me regioni inesplorate, qualche mutamento di scena, qualche rivelazione improvvisa. Notavo quello che mi proponevo di leggere, di approfondire, o soltanto di sfiorare. E subito desideravo di portar tutto a casa, di esser sola coi miei tesori sempre rinnovati; ma l’editore usciva dal suo bugigattolo, sfogliava anch’egli, m’accennava le «varietà» più insipide, metteva il dito sulle interviste, sulle cronache del pettegolezzo letterario. La lotta dei romanzieri cattolici coll’Indice, le conversazioni del Papa, ogni ricevimento intellettuale della Regina madre: guai a lasciarsi sfuggire qualcosa di tutto ciò. Facevamo delle distinzioni da causidico fra le redattrici, per poterci rimbalzare l’una sull’altra questi temi, dei quali i più noiosi erano talvolta bonariamente assunti dalla direttrice. Ella era talmente ricca d’immagini e d’aggettivi, che si disimpegnava del lavoro in un attimo. Dava sempre ragione all’editore: «C’è modo di far passare qualunque cosa: con un po’ di garbo, caro Perugino, con un po’ di garbo puoi far l’elogio tanto dello struzzo, provveditore dei cappellini, quanto di Sant’Antonio, protettore del matrimonio!» E così con una barzelletta risolveva ogni questione.

Garbo lei ce n’aveva! La disegnatrice norvegese aveva fatto tutta una serie di caricature sul garbo della direttrice. Buona ragazza! La prima volta che andai nel suo piccolo studio, sui Parioli, mi pose tra mano, con un piglio speciale, tutto nordico, misto d’ingenuità e di furberia, una cartella in cui mi vidi con mia enorme sorpresa disegnata in molti atteggiamenti, dei quali alcuni mi lusingavano, altri mi stupivano, molti m’offendevano acutamente nell’intimo. Era come uno specchio, davanti al quale io non avevo posato e che m’aveva riprodotta quando meno me l’aspettavo. Credo che per la prima volta mi diedi a riflettere sull’ironia, questo frutto amaro di terribili delusioni, ch’io non possedevo nè possederò forse mai, perchè non sarò mai del tutto delusa, essendo il mio ideale lontano, oltre la mia breve vita.

Quand’ella portò a casa mia alcuni di quei disegni (veniva spesso, dopo la malattia del mio bambino, per il quale sentiva una vera passione) mio marito ne rise in modo goffo. Provai un certo dispetto contro l’amica; ella dovette incominciare a indovinare quali rapporti fossero tra lui e me.