Per guadagnarsi la mia confidenza mi narrò la sua storia. I suoi l’avevano data, a sedici anni, a un pastore del suo paese. «Ah che noia, mia piccola, che noia!» Compresi finalmente il significato vero di questo ch’era il suo intercalare abituale, sovente impiegato fuor di proposito. Il vederla raccontare con quella bocca mobilissima, sempre sorridente,—ma con un sorriso che aveva tutte le sfumature, dalla letizia al dolore,—col contrasto di quegli occhi d’un azzurro implacabilmente sereno, la sua vita di cinque anni in casa del suo santo carceriere, fu per me la rivelazione della grande arte spontanea e profonda che mi si manifestò di poi nei capolavori nordici.
«Lui mi amava, sai! Eravamo due servi di Dio, e mi amava come una compagna di servitù. E Dio era sempre presente, in ogni occupazione, a tutte le ore, in tutti gli angoli della casa. Ah che noia, che noia!»
Un giorno ella gli aveva detto francamente che avrebbe desiderato «andar lontano da Dio!» Ci fu una disputa. Lui amava prima Dio, poi lei. Ella gli disse di scegliere....
«Il Dio degli italiani è più divertente—aggiungeva:—si può servirlo senza stancarsi, perchè in fondo non siamo mica sicuri che lui si accorga di noi. Quando se n’ha bisogno lo s’invoca, poi lo si saluta e andiamo pei fatti nostri.»
E se n’era venuta sola in Italia, il paese vagheggiato sin dalla fanciullezza; aveva fatto l’istitutrice, disegnato per giornali di mode: l’esito dei primi saggi della sua arte originale l’aveva incoraggiata a dedicarvisi interamente.
«Certi giorni ha avuto visita da una dama.... Lady Hunger, Madonna Fame—raccontava la coraggiosa.—Era brutta, sai!»
Con lei entrava in casa mia un’onda di gaiezza. Ella riusciva a farmi ridere come non avevo riso dagli anni infantili; il suo spirito mi rianimava. Mio marito pure, ascoltandola, smetteva un poco il cipiglio abituale; l’urtavano in principio quei modi spigliati e inconsciamente provocanti di una donna artista che conosce la grazia della propria persona e dei propri atteggiamenti; ma poi quella gioconda vitalità femminea doveva averlo disarmato, ed anche quell’eleganza originale degli abiti lunghi, ondeggianti e avvolgenti. Non protestava per la crescente intimità nostra, ci accompagnava perfino a qualche spettacolo, quando non era troppo preoccupato per le difficoltà della sua impresa; ed arrischiava qualche scherzo, che ella accettava per il suo sapore esotico, ricambiandolo con fini canzonature. Allora mio marito si eccitava oltre misura. Una volta ch’ella gli fece con pochi tratti, e ridendo con una punta di sprezzo, una caricatura atroce, egli mi maltrattò per due giorni, finchè nella seguente visita ella non lo calmò con alcune parole gentili.
La Rivista festeggiò il suo primo anniversario con un ricevimento. La disegnatrice aveva allestito una piccola esposizione di bianco e nero, in cui trionfava una serie di schizzi deliziosi sulla convalescenza del mio bambino, il quale fu pure ammiratissimo in persona. Io m’ero lasciata preparare un vestito dall’amica, una semplicissima tunica bianca che accentuava il mio tipo che dicevano quattrocentesco. La direttrice passava da un gruppo all’altro, corteggiata dalle dame. Vedevo per la prima volta da vicino e nei loro parati di cerimonia le nobili figure che una collega elogiava nella cronaca dei ricevimenti, delle garden party, delle caccie alla volpe: fiori di serra eccezionalmente curati, alcuni fragili, altri prosperosi, altri morbosi. Conobbi fra esse due scrittrici, una poetessa che in versi squisiti esalava una sensualità raffinata e agli spiriti alti quasi ripugnante; una romanziera cattolica che eccelleva nell’analizzare degli adulterî di desiderio coronati dal pentimento e dall’elogio del matrimonio indissolubile. Queste due donne dal temperamento così somigliante si odiavano e si sorridevano, mentre i loro mariti, due principi romani militanti l’uno tra i guelfi, l’altro tra i radicali, si scambiavano dei complimenti freddi.
La disegnatrice, alta, con una clamide di audacissimo giallo, su cui la testa bionda si ergeva come una spiga, superando colla fronte quasi tutte le persone nella sala, s’inchinava verso le damine come su pupattole gentili: pareva appartenere ad un’altra umanità. Le si avvicinò un momento una robusta matrona, un’attrice tragica quasi settantenne, appunto mentre un professore, marito di un collega che si occupava di questioni didattiche, mi chiedeva in tono un po’ pedantesco: «Questo è il regno di Mulier o di Foemina?» Io non potevo rispondere al suo latino, ma indicando verso quelle, gli dissi: «Ecco due donne!»
Avevo conosciuto l’attrice presso la mia vecchia rivoluzionaria: erano legate d’intimità da quasi mezzo secolo. Nei loro discorsi passavano le figure eroiche della indipendenza nazionale. Repubblicana fervente come il suo grande maestro, Gustavo Modena, l’artista udiva ora affaticarsi le trombe della fama intorno ad attrici che erano mosse più dai nervi che dall’anima: ella non aveva mai adulato nè i palchi, nè la platea e credeva ancora che il teatro fosse una missione.