Con un tremito interno straordinario presi a dire. Egli ascoltava impassibile. Sapeva forse. La persona si protendeva un poco verso di me, in attitudine incoraggiante.
A poco a poco mi rinfrancai; le sue domande, nette, valevano a dirigere e a districare il mio racconto un po’ imbarazzato. Non parlavo del lontano passato, della mia adolescenza distrutta; dicevo solo di mio padre e di mia madre, del mio matrimonio, del lungo periodo in cui, conscia de’ miei sentimenti, avevo ritenuto doveroso restar presso l’uomo che credevo m’amasse e a cui pensavo di far del bene: accennavo alla scoperta recente di un nuovo sentimento in mio marito, al mio recente miraggio d’indipendenza.... L’aspirazione appassionata ad una vita di libertà e d’azione, in armonia colle mie idee, si palesava in verità a me stessa come non mai, Ogni mia parola sembrava illuminarmi il fondo dell’anima. E uno stupore m’invadeva, si mescolava alla lucida ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.
L’uomo mi guardava tranquillo, poi prese lui a parlare. Stimava inutile giudicare la decisione irresistibile della mia coscienza. Ero pronta a subirne qualunque effetto? Egli poteva dirmi soltanto che tutte le cose della vita, anche i problemi morali che il nostro orgoglio suscita, non sono in fondo che ombre. Per guidarsi, nella vita, occorre poco, l’avrei compreso un giorno: intanto, gli piaceva la mia preoccupazione di sincerità e di logica.
S’era alzato in piedi, girava attorno toccando libri e fotografie. Anch’io mi ero levata e m’appoggiavo al tavolo in mezzo alla stanza; mi venne accanto: mi sorpassava di poco in statura. Riprese a parlare, piano. Anche nel suo passato erano delle ore oscure: egli aveva creduto nella legge, nel progresso; aveva giudicato gli uomini in nome di un assoluto inflessibile, aveva condannato.... Poi, un dolore tremendo, la morte quasi simultanea del padre e della madre, gli aveva restituito la coscienza del niente che è l’uomo, e per la prima volta infuso il desiderio tormentoso di figger lo sguardo oltre la vita. Erano passati anni e anni, egli aveva reciso tutti i fili che l’avvincevano all’umanità, e una luce, sì, una luce s’era fatta nel suo spirito. Egli credeva di poter spiegare, ora, l’enigma della nostra essenza, essenza immortale. Questa parola avrebbe recato alle creature umane una grande pace, la norma per l’esercizio benefico della propria volontà durante questo passaggio terreno. Non poteva spiegarmene nulla ancora. Fra breve.... Da vicino o da lontano, continuassi a sperare, ad aver fede nella sua promessa.
Dalla strada, ogni tanto, la tramvia elettrica mandava il suo ululo, producendomi l’impressione del vento notturno in riva al mare in tempesta. Mi sentivo avvolta, veramente, in un’atmosfera frigida che placava, rendeva anzi ogni impulso di vita particolare, creava visioni bianche nelle quali l’occhio si smarriva.
Quando mi ritrovai sola nello studio, ove la lampada sembrava vegliare dall’alto sull’intera città, una gioia m’invase, ignota fin allora. Che cos’era, che cos’era? Non volevo saperlo, come non mi dava affanno il segreto che quell’uomo diceva di possedere. Ma l’antica anima ribelle ad ogni giogo ch’era giunta a odiare l’amore per il disprezzo di ogni dedizione, si abbandonava alla dolcezza di essere compresa, sentita da un’altra anima....
Il gaudio silenzioso e quasi inconfessato durò alcuni giorni. L’amico venne altre due o tre volte, di sera; mi aveva pregato di copiargli il manoscritto di un suo nuovo opuscolo che stava per pubblicarsi; certe pagine quasi indecifrabili per le aggiunte e le cancellature richiedevano le sue spiegazioni, Egli me le dava con quella sicurezza dogmatica che allontanava qualsiasi obbiezione. L’opuscolo era una satira tagliente cui non potevo non associarmi; preannunziava, ma non svelava affatto l’idea dominante dell’autore, la secreta sintesi creata dal suo intelletto. In esso non mi turbava che lo stile, complicato, contorto, spesso illogico; più mi turbavano, talvolta, certe frasi dettemi a viva voce, frasi oscure, che mi riconducevano ai primi tempi della nostra relazione quando riguardavo la strana creatura come un pauroso inviato del Mistero, a sè stesso forse incomprensibile. E neppur ora avevo la forza di formarmi un concetto esatto della sua personalità; ora meno che mai. Evitavo anzi, probabilmente senza rendermene conto, di esercitare dinanzi a lui la mia analisi. Lo vedevo pallido, emaciato, ombra della vita, con un sorriso sempre più enigmatico sulle labbra pallide tra la breve barba nerissima, con gesti di bimbo delicato e precoce che prevede tutto ciò che la vita gli negherà.... E tremavo. Così debole e miserando qual’era, m’appariva ammirabile: era in lui una potenza che non sapevo definire, ma che trovavo più grande d’ogni altra; egli mi rappresentava lo sforzo incessante e terribile dell’umano verso la divinità. Quando la parola «pazzia» mi si affacciava alla mente, mi sentivo straziare.
Ma egli era sicuro della mia fede in lui; un fugacissimo bagliore mi pareva gli attraversasse lo sguardo nei momenti in cui mi sorprendeva intenta, assorta nella sua parola. Non aveva mai incontrato, certo, una devozione così fervida in un’anima così libera e giovane....
Parlavo di lui alla mia malata, nelle molte ore che ormai passavo accanto al suo letto; il male s’era complicato, l’infezione era salita al cuore, e il povero cuore si gonfiava ogni giorno più, batteva pazzamente, minacciava d’arrestarsi per sempre. Già il dottore, un vecchio maestro del fidanzato, m’aveva svelato la gravita del caso; egli lottava, ma temeva. Il giovane fisiologo sorrideva teneramente a lei, ma dava talvolta a me sguardi strazianti. La malata non aveva sospetti; non voleva accanto, oltre l’amico e me, che la vedova vicina. Formulava progetti per la convalescenza, ripetendo: «Che noia, che noia!»
Una crisi terribile, inattesa, precipitò il corso del male, gettò l’inferma nel terrore ultimo. Per due notti restai accanto al letto di spasimi, la mano stretta convulsamente da quella di lei, nella pena infinita di non poter far nulla contro la forza misteriosa che la prostrava. Per qualche ora credetti che la fine fosse imminente. Scrissi a mio marito due righe per avvertirlo della necessità ch’io rimanessi ancora qualche giorno.