La terza sera il cuore attenuò alquanto i suoi battiti pazzi e il pericolo si allontanò. Il giovane, che aveva vegliato con me tre notti tormentose, si concesse un po’ di riposo; io non mi sentivo stanca, e il sorriso con cui la diletta accolse la mia risoluzione di restar presso a lei, m’impedì di rimpiangere la pace delle mie stanzette, il respiro dolce del bimbo addormentato sotto i miei occhi. La speranza rifioriva.
Quando fu l’alba lasciai la malata in custodia della vedova e m’avviai verso casa. Dopo pochi passi nella via deserta, biancastra, m’imbattei in mio marito che s’avanzava a capo chino; si scosse, non seppe trovar una parola, quasi vergognandosi. Un misto di pietà e di sprezzo m’assalse.
Dopo che l’ebbi rassicurato sulle condizioni dell’inferma, egli cercò di scusarsi per il viaggio impreveduto. Gli troncai la parola: non volevo offender in alcun modo la diletta che lassù soffriva.
Anche a casa tacemmo. Tornai poco dopo presso l’amica: egli venne nel pomeriggio a chieder se poteva vederla un momento. L’osservai. Ma colei che lo aveva turbato, che era riuscita quasi a vincere io lui la cupidigia d’un impiego ambito, non aveva più il fascino sensuale che lo aveva ammaliato. Era una povera creatura sfiorita.
Ella gli parlò di me, gli disse che ero stata una santa per lei. «Vai un po’ a casa, ora, vai, cara. Sto bene, risposerò. Verrai domattina, non è vero?»
Povera donna! Dovetti contentarla. Ma tra mio marito e me pesava il silenzio. Solo alla sera, dopo cena, quando il bimbo fu coricato, le anime si apersero, con ardore la mia, un po’ guardinga la sua. Egli teneva a giustificar il suo contegno. Io non volevo che l’ora scorresse vana, perpetuando la menzogna. E, sorretta forse dall’eccitazione nervosa di tanti giorni, parlai come non avrei creduto di poter mai. Gli dissi ciò che avrei potuto dire al mio figliuolo fatto uomo: egli non potè schermirsi, finì coll’ammettere in silenzio ciò che gli attribuivo. Ascoltò anche quando conclusi nella necessità di svincolarci entrambi da un legame che ci opprimeva.
M’interrogava, ora, dubbioso: «Credi proprio? Non potremo mai intenderci?...» E sperai che sarei riuscita a persuaderlo.
In quel punto suonò all’ingresso il campanello. Era il «profeta», che non vedevo da qualche giorno. Avevo, il mattino, detto a mio marito delle sue visite, del lavoro di cui egli m’aveva pregata; ma il vederlo giungere così, dopo le otto di sera, richiamò improvvisamente alla sua anima sconvolta tutte le ire malsane di cui era capace. A stento le represse, e la conversazione si trascinò per qualche minuto, fin che l’amico risolse d’andarsene, stringendomi la mano in modo da significarmi coraggio.
Sentii che la partita era persa. Mio marito principiò coll’inquisirmi, brutalmente sarcastico. Lo lasciai dire e dire, sperando si esaurisse così, come altre volte, il furore che gli faceva digrignar i denti.... Invece il mio atteggiamento remissivo peggiorò la situazione. Alterato dal suono della propria voce, mi accusò, insultò l’amico, vomitò parole abbiette, finì col lanciarsi sopra di me, gettarmi in ginocchio, percuotermi bestialmente, mentre mi dibattevo a mia volta in una crisi di rabbia spasmodica. Dalla stanza attigua il bimbo svegliatosi mi chiamava, spaventato. Riuscii a svincolarmi, a correre presso il letticciuolo, come istupidita. Le piccole mani di mio figlio correvano sul mio viso umido e infocato, la vocina tremante susurrava: «Non voglio, mamma, non voglio.... Non tornar più di là col papà: sta qui, vieni a letto, non voglio che tu pianga....»
Ah, sì, obbedire, obbedire alla piccola voce dolente! Non eran più queste le orribili notti del passato, nelle quali l’anima avvilita accettava senza ribellione ogni sfregio e non riceveva alcun richiamo dalla vita.... Mio figlio, ora, si preparava a difendermi, mi voleva per sè, mi sentiva buona, pura, si rivoltava anche contro il dolore ingiusto che per la prima volta gli si palesava.