L’uomo dovette gettarsi sul divano, in sala da pranzo; io presi in letto con me il bambino; un’altra volta attesi l’alba.

La vecchia servente, quando m’alzai, m’interrogò tremante. Che cosa aveva sentito dal suo stanzino? Mi guardava con pietà insistente. Mi prese le mani, mi baciò qualche segno rosso sui polsi. Ricordava anche lei delle ore di supplizio? I suoi occhi avevano spesso come il rimprovero muto delle bestie maltrattate.

A mezzogiorno, a tavola, non rammento come la nuova scena si svolse: so soltanto che a un certo punto mi trovai mio figlio avvinghiato al petto e dinanzi mio marito che tentava strapparmelo, che gli ingiungeva di seguirlo, partire insieme, per lasciarmi sola alle mie follìe.... Egli aveva riso ad una mia rinnovata proposta di separazione: padrona io, di restare, di guadagnarmi da vivere come volevo, ma il figlio lo seguirebbe, oh, dovunque!

Il piccino mi guardava smarritamente. Ah bimbo, bimbo mio!... Non sarei morta se colui me lo strappava? Era la mia carne, la mia vita, era la mia fede quel piccolo viluppo tepido che mi tremava fra le braccia....

Con uno sforzo tremendo respinsi il comando della coscienza inesorabilmente lucida. Non volevo morire: e per vivere, dovevo piegare.

L’uomo sentì d’aver vinto, abbassò il tono della voce, rallentò il fiotto delle parole odiose. Forse nella notte aveva esaminata la situazione, s’era imposta una linea di condotta, aveva sentito svanire i fumi sentimentali fra cui s’era compiaciuto negli ultimi mesi, s’era di nuovo trovato pronto a strappare alla vita, senza riguardi, i soli beni materiali—sufficienti per lui. Forse era sicuro in precedenza che la minaccia di togliermi il figlio m’avrebbe ricondotta alla rassegnazione. Si calmò, giunse a sorridere leggermente delle scene avvenute, come d’una debolezza; credo anche mi chiedesse perdono. Rimanemmo d’intesa che sarei rimasta in città alcuni giorni ancora, finchè l’inferma fosse fuori di pericolo.

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XIX.

Tre dì dopo la partenza di mio marito incontrai per strada il mio amico; ero col piccino. Lo vedemmo avanzarsi tra la folla, assorto, un po’ curvo, e ad un tratto, scorgendoci, trasformarsi per virtù d’un sorriso splendente. Eravamo per lui una lieta apparizione?

Prese per mano mio figlio, rivolgendogli qualcuna di quelle domande piene di grave tenerezza che fanno balzare di compiacimento il cuore dei fanciulli, e che così pochi sanno trovare. Io rivedevo la scena di poche sere innanzi; e un impeto d’indignazione mi toglieva la forza di parlare. Bisognò ch’egli mi interrogasse, e allora non potei che accennare ad una incipiente gelosia di mio marito, all’impossibilità di veder lui d’ora innanzi in casa mia. Aveva intuita la cosa, ma al sentirla confermare ebbe un movimento di sdegno. Poi, quando gli dissi che avevo rinunziato ai propositi d’indipendenza, che per non esser privata di mio figlio m’ero decisa a riprendere la vita meschina e falsa, m’avvolse con uno sguardo mesto e quasi fraterno, e non aggiunse parola. Senza confessarmelo chiaramente, restai un po’ delusa: mi pareva che un gesto di pietà anche sprezzante, una rampogna, mi avrebbero più sollevata.