La sera, dopo cena, mentre il bambino giocava sul tappeto accanto alla stufa, ebbi una prostrazione paurosa.... Ero seduta alla scrivania; mi trovai col capo tra, le mani, il petto scosso da singhiozzi violenti, il volto inondato di lagrime. Il piccino restò un momento stordito; non ricordava, certo, d’avermi mai vista così, piangere forte sola con lui. Invano mi si strinse alle ginocchia, mi accarezzò il volto, mi disse le sue puerili frasi d’amore per far cessare il mio pianto. Infine afferrò la penna sulla scrivania, me la pose tra le dita inerti: «Mamma, mamma, non piangere; scrivi, mamma, scrivi.... io sto buono; non piangere...!»
Ah, la piega dolorosa di quelle labbruzze fiorenti, la fissità precoce di quello sguardo umido!... Egli partecipava veramente alla mia sofferenza con tutta la bravura della piccola anima amorosa. E io non potevo che accettare anche il suo sacrifizio, io, sua madre, che avevo sognato per lui tutte le gioie, tutte le vittorie....
Scrivere? La cara piccola anima intuiva anche questo, la necessità per me di tuffarmi come non mai nel lavoro e nel sogno. Non era geloso, mio figlio, non era prepotentemente egoista nel suo affetto: pensava alla mia salvezza, ai bisogni per lui oscuri del mio essere complesso, non pretendeva di poter riempire lui solo tutta la mia vita.
Ma come afferrarmi a quella penna che mi porgevano i ditini rosei? Che cosa scrivere? La mia desolazione si rifletteva anche su’ miei sogni, che diventavano utopie inconsistenti e piene di contrasti ironici.
Il mio pensiero corse naturalmente sull’amico. Egli non aveva saputo darmi un consiglio. Che cosa ero io per lui? Egli considerava tutti, me compresa, come fa il passante che si china un momento sopra il bimbo e lo lascia spaventarsi e piangere per qualche piccolo malanno ch’egli potrebbe facilmente rimuovere. Potrebbe? Il bimbo quasi lo crede. Io pure, quasi, l’avevo creduto.
Per la prima volta mi domandavo se la vita ch’egli conduceva, invece che di purificazione e di perfezionamento, non fosse di raffreddamento, di inutile crudeltà.... Qual verbo ne poteva scaturire?
Credeva venuta l’ora di dispensarlo al mondo; non mancava che una preparazione di rito....
E mentre egli preparava la sua liturgia, io naufragavo, la mia amica agonizzava: avrei pur io potuto morire! Non c’era in tutto questo qualcosa di mostruoso?
Mi coricai. Il sonno non veniva. Quale ora di lucida coscienza attraversavo? Dacchè, serrandomi al petto il figliuolo, avevo rinunciato a’ miei progetti di libertà, non m’ero ancor chiesto nettamente che cosa attendessi. Ed ecco, le risposte s’incrociavano ora, contradicendosi, sgomentandomi. Io mi disprezzavo per la mia debolezza.... Io mi sentivo vile.... Soffrivo senza scopo, senza sollievo, senza utilità nè per me, nè per mio figlio.... E anelavo alla gioia come lui nella spontaneità de’ suoi sei anni.... E presentivo tutte le torture che egli avrebbe provato quando si fosse saputo prezzo della ignominia materna....
E, ad un tratto, una nuova domanda irruppe: «Se lui ti avesse detto di resistere, se ti avesse chiesto di lasciare tuo figlio, se ti avesse proposto di seguirlo, di servirlo, di portare nella sua vita quell’armonia che vi manca?»