Ah, gli è che è impossibile credere veramente alla scienza che preannunzia la morte in un corpo nel quale la vita vibra! Si crede piuttosto al miracolo, a un intervento ignoto. Si spera, sino alla fine.

E noi speravamo. Egli colla persona giovanile ed austera, gli occhi incavati e ardenti dietro gli occhiali, io più attempata in apparenza della morente, stanca e bianca sotto la ferrea volontà di resistere; in piedi ai due lati del capezzale, per ore e ore, speravamo.

Ella ci confondeva quasi in una sola persona, come in un’atmosfera protettiva e fedele. Durante le crisi ci serrava le dita come fra tenaglie. Poveri occhi azzurri dolenti, povero viso roseo tra i capelli color di spiga! Nelle tregue cercava strapparci il segreto della sua sorte per prepararvisi. Ma non credeva di morire, non poteva crederci: continuava ad intervalli a far progetti e progetti. Parlava d’un paese lontano, tutto bianco di neve. Quanto tempo dacchè non avea veduto la neve! Andrebbero insieme, verso i fiordi! Presto, alla prima estate! E io spiavo l’avviso tremendo sul volto del giovane quando si rialzava dall’avere ascoltato sul povero petto bianco il battito simile a quello d’uno stantuffo enorme. Il volto suo si irrigidiva per celare lo spasimo.

Per quanto tempo?... Non so più; mi parve interminabile; dovette essere assai breve, invece.

Un mattino la donna mi portò in casa della malata una cartolina di mio marito, quasi insultante verso di me, indirizzata al bimbo. Tutte le sue lettere erano ora fredde e pungenti, con allusioni amare sul «profeta»; non mi domandava più neppure dell’amica.

Questa mi vide impallidire. «È di tuo marito?...» E con un ardito moto del capo quale le vedevo di frequente a’ suoi bei giorni: «A qualunque costo, non tornare laggiù....»

La baciai con silenziosa tenerezza. «Se ti prendessero il bimbo?...»—aggiunse quasi con un soffio. E i suoi occhi erano intensi come per trasfondermi una volontà.

Il dottore m’aveva consigliato di riposarmi qualche ora e poi di far una passeggiata col bambino al sole, per esser temprata a passar un’altra notte in piedi.

Appena a casa afferrai tra le braccia mio figlio, lo tenni a lungo. Non riposai. Non potevo. Uscii con lui, presi la tramvia di San Pietro. Volevo vedere la mia vecchia amica, tornata da poco. Nella piazza, quasi deserta, il colonnato colla sua corona di statue ondeggianti pareva fremere tutto nell’aria vivida e nel gran silenzio. Ci avviammo a piedi verso il borgo Santo Spirito, costeggiammo il muro dell’ospedale; dall’altro lato della strada fanciulli e donne in cenci interrompevano giochi e chiacchiere per guardarmi nella mia apparenza di forestiera e tendermi la mano. Cenci appesi lungo i muri, tanfo nell’aria. Per la salita di Sant’Onofrio ancora cenci, ancora bimbi ruzzolanti, ancora finestre d’ospizi, graticolate. Un gruppo di educande con alcune monache discendeva. In alto, al sommo del Gianicolo, ci fermammo un po’ affannati. Garibaldi, figura di leggenda, campato nell’azzurro, guardava tranquillo la cupola enorme alla sua sinistra.

Lo sfavillìo della massa compatta di case, di torri, di alberi che mi si stendeva sotto gli occhi era intenso, quasi insostenibile. In fondo i monti si staccavano turchini sul cielo, e lungo i declivi le macchie candide dei Castelli mandavano anch’esse barbagli. Tra i monti e Roma la campagna, l’immensità.