E noi soli la vegliammo, per due notti, parlando di lei, di quello ch’ella era stata. Il bel viso roseo era diventato d’avorio tra i capelli d’oro stinto, si trasformava d’ora in ora, diveniva più rigido, più ombrato.... Finito, finito!... Pensavo a lui che credeva conoscere il Mistero: perchè in quell’ora non me lo svelava? Perchè, sopratutto, sapendo che la mia amica era condannata, non era venuto a portare la parola di luce?

Ah, come di fronte alla Fine cade ogni speranza di sfidare e vincere l’Ignoto!... Come si sente che l’umanità è impropria all’impresa, destinata a passar sulla terra senza spiegarsi la ragione del suo passaggio! Ma contemporaneamente la nostra intima sostanza attinge la massima coscienza del suo valore: la Vita che si sofferma a guardar la Morte comprende la nobiltà eroica del proprio ostinarsi ad ascendere e a perpetuarsi nel buio.... E la creatura dell’oggi ascolta un appello confuso: è forse la creatura del remoto domani che la chiama così, che la conforta a proseguire, la creatura nella quale raggierà tutto ciò che oggi è oscuro, e con la quale si inizierà una nuova epoca, l’epoca dello spirito liberato?...

Le ore passate accanto alla spoglia di chi amammo non ci fanno veggenti; ma neppure ci prostrano, nè ci tolgono il senso dell’esistenza che in noi continua. Sembra in quel punto di ereditare, coi doveri, anche le qualità dì chi ci ha lasciati; ci si trova più ricchi, o di energia o di idealità o di amore. Ci si sente solidali coi vivi oltre che coi morti.

Il pensiero d’aver fatto tutto quello ch’era in mio potere per alleviare alla diletta le sofferenze estreme mi dava una specie di pacato conforto. La breve e agitata vita di lei s’era chiusa sotto la protezione dell’amore: ella aveva portato con sè, morendo, la certezza di esser compresa e di rivivere nel rimpianto.

E io mi sorprendevo a dirmi che con ogni probabilità sarei stata meno fortunata.... Laggiù, consunta in pochi anni dall’arida esistenza, chi mi avrebbe chiusi gli occhi dopo avermi sorriso? Accanto al mio letto, nelle ore ultime, non avrei avuto che mio figlio, inconsapevole... solo... solo.

Questo dissi, o piuttosto lasciai indovinare, il mattino dei funerali, alla vecchia amica che era venuta a portare il suo saluto alla cara dormiente già tutta ricoperta di fiori. Eravamo accanto alla finestra, un istante isolate dalla lunga sfilata delle conoscenti; e ambedue volgevamo sguardi di serenità verso la forma indecisa avvolta di bianco, verso le immagini vivaci ch’ella con vena inesauribile aveva sparse sulle pareti, verso la campagna e il Soratte lontano. Ah il buon riposo! La dolce creatura l’aveva ottenuto....

E la voce della vecchia donna mi ripeteva sommessa e vibrante: «Ma perchè parti? Sai pure che la rassegnazione non è una virtù!»

Mormorai il nome di mio figlio, e quella tacque, passandomi una mano sulla fronte, lieve, più volte.

«Non tornare laggiù!»

Anche la dormiente me l’aveva detto, prima di chiudere gli occhi.