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PARTE TERZA.

XX.

Per la prima volta sentivo intera la mia indipendenza morale, mentre a Roma avevo sempre conservato, in fondo, qualche scrupolo nell’affermarmi libera, sciolta d’ogni obbligo verso colui al quale la legge mi legava: temevo, allora, che qualche altro sentimento vi contribuisse. Ora mi sentivo completamente calma. La mattina del mio arrivo osservai che mio marito aveva avuto certe piccole attenzioni nell’allestimento del nostro provvisorio alloggio. Sulla scrivania erano riviste e libri nuovi; un sorriso quasi timido pareva esprimere il desiderio di riconquistarmi. Era in lui un miscuglio di sentimenti oscuri: una sorta di dispetto per avermi lasciato trapelare la sua debolezza verso la mia amica, dandomi così motivo di riaffermare la libertà del cuore, e insieme il desiderio sollecito di dimenticare tutto nel mio tranquillo possesso. Impacciato, inabile, non aveva la forza di attendere l’opera del tempo. E subito sentii il peso dei suoi buoni propositi quanto quello della primitiva tirannia.

Ma i doveri del suo impiego mi salvavano in parte, preoccupandolo e affaticandolo. Decisi di mostrarmi del tutto estranea al suo campo di lavoro. Il primo sguardo da vicino m’aveva confermato ciò che avevo supposto da lontano: mio marito era più rozzo nella prepotenza che mio padre, suscitava intorno a sè un’antipatia tanto più malevola in quanto, per la sua origine, egli non incuteva agli operai l’istintivo timore che nutrivano verso il signore forestiero. Il ridicolo è il maggior dissolvente d’ogni spirito di obbedienza, e io lo vedevo luccicare negli occhi di quei ragazzi dal viso risoluto quando li incontravo nei pressi della loro Lega di resistenza.

Una cosa mi feriva sordamente; ch’io venissi coinvolta nelle ostilità. E non potevo pensare a rimediarvi. Lavorare, lì.... creare qualche scuola, qualche insegnamento per le madri che lasciavano morire due terzi dei loro bambini, diffondere libri.... Ahimè! Non avrei avuto l’energia di imporre la cosa a mio marito, e nessuno, nessuno poteva e voleva aiutarmi.

Il matrimonio di mia sorella segnò la prima crisi di dolore nella nuova fase della mia esistenza. Negli ultimi mesi, non so perchè, avevo accarezzata l’idea d’una possibile rottura tra lei e il fidanzato. Diffidenza contro l’amore, gelosia dell’altrui felicità? Temevo che in lei, come già in me, fosse un’illusione, un’autosuggestione? Poi, nelle settimane precedenti lo sposalizio, avevo visto la fanciulla felice, avida di accogliere il destino foggiatosi colle proprie piani. La trovavo intenta ad ultimare il suo corredo, aiutata dalla sorella minore che appariva altrettanto lieta. E pensavo a nostra madre: così era stata forse anche lei? Anch’ella s’era così abbandonata fiduciosamente alla lusinga dell’amore perenne?

Andò in municipio una sera, tardi, accompagnata solo dal fratello, poi che lo sposo aveva evitato la compagnia di mio marito e per conseguenza la mia. Il babbo, ch’era stato saldo nel non voler dare il suo consenso e aveva negato anche il più piccolo assegno dotale, vedendo partire quella che aveva per tanti anni surrogata la madre nella casa, la bella bimba tenace e poco espansiva che serbava alcuni tratti del suo carattere, si lasciò sfuggire una lacrima. Io, a letto, al buio, piangevo pure, nell’istessa ora, su quell’atto irrevocabile che si compieva, sulla catena di errori che si svolgeva fatale senza che gli esempî atroci servissero.... Credevo di piangere su questo: ma nel profondo dell’anima doveva essere invece il lamento desolato della mia solitudine, del mio destino che mi teneva lontana da quella piccola sorella nell’ora della massima sua gioia, che mi dichiarava impotente a partecipare a tal festa, che mi radiava dal novero delle creature fidenti, volenti, amanti....