Qualcosa in me veramente si agitava di nuovo e di inesprimibile. Una commozione sorda, senza cagione fissa mi teneva di continuo. Un bisogno di dolcezza, di tenerezza; una brama indistinta di poesia, di colori, di suoni; un languore per cui il mio essere veniva a momenti rapito nel sogno di estasi ignote.... Quando mi scotevo, non riuscivo subito a riguardar intera la realtà. Mi stringevo al petto con frenesia il bambino, il quale non mostrava sorpresa, e mi si abbandonava con tutto lo slancio del suo cuore desioso di vedermi sorridere. Allentando l’abbraccio, scorgevo nei dolci occhioni fissi su me l’interrogazione ansiosa.... Perchè comunicavo così alla piccola creatura il mio male, chiedendole ciò che essa non poteva darmi? Perchè domandavo follemente a lui tutto l’amore che mancava alla mia vita? Mia madre, le sorelle, altre ombre d’uomini e di donne m’eran passate accanto ed erano andate oltre, senza conoscermi, senza destare in me ciò che di profondo e di più vero contenevo. Nessuno mi aveva dato nulla per accrescere la mia sostanza: nessuno aveva pianto per me, su di me; e, dal mio canto, io non avevo fatto nulla per nessuno, non avevo portato un sorriso, non avevo aiutata una vittoria, non avevo asciugata una lagrima.

....E talora mi sembrava che tutti i tesori non effusi dalla mia anima premessero su di essa, la soffocassero.... Ah, come sentiva di possederle ancora, tutte queste forze intatte, e come tremavo che il grido insorgente della mia natura esasperata salisse, e riempisse di sè il silenzio ignaro dei giorni e delle notti! Poichè la rivolta non era possibile, perchè lamentarmi? Perchè nella dolce primavera, accanto all’umano flore della mia vita, all’unico bene mio, fra il verde canoro del grande giardino, io cedevo ad inviti nostalgici, rievocavo i visi perduti, ne disegnavo altri mai visti, dando loro voci frementi e fraterne che mi facevano sobbalzare il cuore? Perchè, alla sera, attendendo d’esser raggiunta da mio marito nel letto che tante miserie ricordava, e allontanandone col pensiero il giungere, sentivo nel mio sangue penetrare la persuasione d’un diritto mai soddisfatto, e con essa un impeto formidabile di conquista, lo spasimo di raggiungere, di conoscere quella gioia dei sensi che fa nobile e bella la materia umana; quella fusione di due corpi in un sospiro di felicità dal quale il nuovo essere prenda l’impulso alla vita trionfante?

Come mi pareva lontana ed incomprensibile, in tali momenti, la donna tranquilla, senza brame, ch’io ero stata sino a pochi mesi innanzi! Altrettanto sciolta da me di quel che era l’altra, la quale in tempi remoti aveva lasciato che uomini informi tentassero significarle l’essenza dell’umanità. Lucidamente, inesorabilmente, per la prima volta, nel gran deserto spirituale che mi si era fatto intorno, il senso della vita mi si svelava: Armonia.... non altro; un appagamento di tutte le energie associate, sensi e ragione, cuore e spirito....

Invece.... Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio, qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere.... Sprofondavo nel guanciale il viso.... Oh la rivolta e l’esasperazione di tutto il mio essere! Una nausea, un odio per colui e per me stessa, e in fine, un lampo sinistro: «La pazzia!»

L’uomo si addormentava a lato. Ascoltando il suo respiro pesante, io restavo insonne, per ore. La mente, intanto, continuava il lavoro intricato e straziante; e al sommo del cervello qualcosa si dilatava, pareva scoppiasse.

Questa la mia vita. Essere adoprata come una cosa di piacere, sentir avvilita l’intima mia sostanza. E vedere i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine.

Passavano, infatti, le settimane, i mesi. Mio padre era partito definitivamente dal paese per Milano, seguìto dai due figli minori. Gli sposi s’erano andati a stabilire nel Veneto. Nessuno della mia famiglia restava in paese. A Pasqua ci eravamo insediati nell’abitazione lasciata dal babbo, gaia e comoda, circondata dal grandissimo giardino. Povero papà! Un poco della sua anima era rimasto qui; fra quell’arruffio verde, in quel trionfo un po’ selvaggio di vegetazioni disparate, egli aveva impiegato ciò che non poteva dare altrove: il suo bisogno di bellezza, la sua ricerca di originalità, di semplicità, di verità. Quante confuse meditazioni solitarie e orgogliose dinanzi a quel muto popolo fiorente! E il tempo era scorso anche per lui, aveva irrugginito il baldo organismo di pensiero e d’energia, col quale aveva trasformato tutta una popolazione, scotendola da una inerzia secolare e avviandola su un nuovo cammino. Solo, senza una voce fraterna che rispondesse alle sue idee o le contrastasse, invano egli aveva chiesto al culto della natura i benefici che non sapeva desumere dall’amore de’ suoi simili!

Ora mio figlio regnava felice in luogo del nonno. Colla tunica di tela greggia che gli arrivava ai ginocchi, rosso in viso, gli occhi turchini splendenti sotto le ciocche di capelli a riflessi dorati, sembrava un Sigfrido in miniatura, quando irrompeva col sole nello stanzone ove io leggevo o fantasticavo per la maggior parte della giornata. Egli era il mio solo compagno. Null’altro mi compensava del contatto frequente e penoso con la famiglia di mio marito: la suocera, molto invecchiata, si faceva appena perdonare le irritanti esclamazioni di meraviglia che ogni volta le suscitava la vista della casa, del giardino, del frutteto: «Il paradiso! State qui come una regina! Ah figlio mio, alfine la giustizia è fatta!» In quanto a mia cognata, ancora più aspra e maligna dopo la morte del dottore, doveva intuire che soffrivo, e naturalmente goderne; ma mostrava di credermi felice, anche lei.

Mio marito non celava la sua compiacenza nel trovarsi oggetto di ammirazione, di venerazione anzi, pei suoi. Tutto in lui, con costante, incredibile progressione, mi dava fastidio, ora; a tavola, in giardino, per istrada, mi pareva di notargli per la prima volta questo o quell’atto insopportabile.