La monotonia dei giorni era interrotta talvolta dal passaggio di qualche importante cliente o corrispondente della fabbrica. Bisognava invitarli alla nostra tavola, e se ne andavano meravigliati della distinzione del nostro ambiente famigliare. Mio marito tentava allora di mostrarmi che m’era grato: l’arrestavo al primo accenno. Ferito, egli si rinchiudeva in sè, e non n’usciva che per ferire a sua volta, con motti, sarcasmi, derisioni su tutto quel che mi stava a cuore. Il bambino ascoltava con un’ombra di stupore negli occhi profondi; certe volte con una pressione delle manine m’offriva tacitamente aiuto. Notavo con gioia e dolore insieme ch’egli non dimostrava alcuna confidenza per quel padre sempre accigliato, sempre di diversa opinione della mamma.

Certe sere, tutti se n’andavano lasciandomi sola: portavo il bimbo a letto e poi mi affondavo in un seggiolone di paglia nel giardino. La cupa vôlta cosparsa di mondi silenziosi attraeva il mio sguardo magneticamente; ma il mistero dell’universo non mi tentava, in quell’ore: un’angoscia umana, precisa, incalzante, mi possedeva intera; l’amarezza senza nome della mia solitudine, il vago timore di una morte possibile, prossima, lì, tra quella gente ostile e straniera, senza aver lasciato traccia della mia anima.... Tanto spazio di cielo, ed io incatenata, curva sotto un giogo spietato, non capace più che di un lento pianto....

Mi scotevo, rientravo nella stanza del bimbo addormentato. Così placido, così fidente, nella notte piena per sua madre di brividi!... Fosse egli almeno salvo, l’unico mio tesoro! Avessi potuto almeno pensare ch’egli avrebbe sempre sorriso così alla vita come nel suo sonno di bimbo!

Pareva, nel sonno, chiedermi perdono. Mi portavo alle labbra la piccola mano. Oh, nulla avevo da perdonare alla creatura che un giorno mi avrebbe detto forse: «Povera mamma, ti sei sacrificata per me!» Piuttosto, un vago rimorso mi tormentava la coscienza, di continuo. Come cresceva egli, tra me e suo padre? Nella casa era il solo che sorridesse spontaneamente: ma così di rado! Venerava i libri che mi vedeva tra le mani, aveva il senso di una vita ideale ch’io sola intorno personificavo. Ma forse era già cosciente delle frodi che il destino gli faceva. Troppo spesso, nelle ore più tetre, io lo malmenavo, in uno sfogo selvaggio della natura tormentata, esigendo da lui più del dovere, costringendolo sul quaderno, vietandogli un passatempo legittimo; troppo spesso lo trascuravo, lasciandolo giocare da solo in giardino, o correre alla fabbrica, o annoiarsi su un tappeto acquerellando vecchie incisioni di giornali, senza ascoltare i suoi richiami. Mancava a me la volontà continua della vera educatrice, la serenità di spirito per guidare la piccola esistenza; non potevo assorbirmi intera nella considerazione dei suoi bisogni, prevenirli, soddisfarli. In certi istanti per questa consapevolezza mi odiavo. Che miserabile ero dunque, se non riuscivo, una volta accettato il sacrificio della mia individualità, a dimenticare me stessa, a riportare integre le mie energie su quella individualità che mi si formava a lato?

....Così era stata mia madre coi suoi bambini.... Un giorno trassi da una cassetta alcune vecchie carte di lei, consegnatemi dalla mia sorellina prima della sua partenza dal paese, mesi avanti. Non avevo mai avuto il coraggio di scorrerle. Eran lettere di parenti, note di spese, appunti disparati, abbozzi di ciò ch’ella scriveva ai genitori, alla sorella, al marito; qualche poesia sua, anche, degli anni giovanili, sentimentale, romantica, e tuttavia vibrante d’una tragica sincerità. Lo spirito materno mi si mostrava in quei fogli sparsi, quale l’avevo ricostituito penosamente colla sola intuizione nei giorni della sua rovina.

E una lettera mi fermò il respiro. Datava da Milano: era scritta a matita, in modo quasi illeggibile, di notte. La mamma annunziava a suo padre il suo arrivo pel dì dopo; diceva di aver già pronto il baule colle poche cose sue, di essere già stata nella camera dei figlioli a baciarli per l’ultima volta....

«Debbo partire.... qui impazzisco.... egli non mi ama più.... Ed io soffro tanto che non so più voler bene ai bambini.... debbo andarmene, andarmene.... Poveri figli miei, forse è meglio per loro!...»

La lettera non era finita: certo non era stata rifatta nè spedita. La sventurata non aveva avuto il coraggio di compiere il proposito impostosi in un’ora di lucida disperazione. Aveva forse pensato che suo padre non avrebbe voluto o potuto accoglierla; che la miseria l’attendeva; che il suo cuore si sarebbe spezzato lungi dalle sue creature e da colui che aveva avuta tutta la sua gioventù. Ella l’aveva amato! L’amava ancora? Per noi sopratutto era rimasta: per dovere, per il timore di sentirsi dire un giorno: «Ci hai abbandonati!...»

Non avevo mai sospettato che mia madre si fosse trovata un momento in una simile situazione. La mia intelligenza precoce non aveva potuto, a Milano, penetrar nulla. Avessi avuto qualche anno di più, mentre ella era in possesso di tutta la sua ragione, e ancora in lei la vita reclamava i suoi diritti contro la fatale seduzione del sacrificio! Avessi potuto sorprenderla in quella notte, sentire dalla sua bocca la domanda: «Che devo fare, figlia mia?» e risponderle anche a nome dei fratelli: «Va, mamma, va!»

Sì, questo le avrei risposto; le avrei detto: «Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile!»