Ahimè! Eravamo noi, suoi figli, noi inconsci che l’avevamo lasciata impazzire. S’ella fosse andata via, se nostro padre non ci avesse permesso di raggiungerla, ebbene, noi l’avremmo nondimeno saputa viva, e dopo dieci, vent’anni, ancora avremmo potuto ricevere da lei i benefizi del suo spirito liberato e temprato....
Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sè la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da quel momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?
Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo ad essere noi stessi....
Quella notte non dormii. Il confuso problema di coscienza intravisto la prima volta a Roma, mi si imponeva ora con una lucidità implacabile. E per giorni, per settimane maturai nello spirito ciò che in quella notte avevo veduto.
Avevo formulata la mia legge. Essa avrebbe agito, mi avrebbe compenetrata, sarebbe diventata istinto, atto, e un giorno senza sforzo l’avrei seguita, come la rondine che segue le correnti della primavera.
Esteriormente ero più calma, in certi momenti l’idea si impossessava tanto di me, che io non la riguardavo più se non in astratto, senza applicarla al mio caso, tanto era limpida e naturale nella sua verità, tanto era lontana dalla pratica mia e di tutti.
Nessuno se n’avvedeva. La domestica soltanto, la buona vecchia ormai da tanto tempo abituata ad osservarmi in silenzio, sorprendeva talora un’espressione troppo intensa, paurosa per lei, sul mio volto, che per tutti restava quello d’una bimba savia. E avventurava qualche consiglio, qualche scongiuro: lavorassi, come a’ bei tempi, sperassi, avessi fede....
La parola pietosa m’inteneriva. Che strana intuizione era in quella semplice anima devota? Forse era l’influsso della mia costante presenza: con la mia taciturnità, la mia inquietudine, con le risonanze che avevano le parole d’indole famigliare, che dovevo rivolgerle, io l’affascinavo, la suggestionavo, la portavo nella cerchia oscura delle mie sensazioni.
Ah poter liberamente influire su tutte le creature avide di riscatto, poter dare un sorriso, una speranza, un’energia a chi ignora e geme e muore!
La mia forza d’emozione diventava pura, alata, e s’alzava con le albe e coi tramonti, coi pensieri nobili e coi versi dei poeti. Erano tuffi nel sole, scalate a vette sublimi di ghiaccio, raccolte di fiori ideali; attimi di gioia perfetta, come la sensazione improvvisa d’una fresca carezza di vento primaverile che ci uguaglia alle frondi novelle, ci fa come esse fremere del semplice piacere della vita. Mi si formava la convinzione che il genio è eterno solo in quanto il suo linguaggio è immancabilmente una testimonianza della umiltà e della dignità umana. Volgono le epoche, tramontano i sogni e le certezze, si trasformano le nostre brame; ma immutato resta il potere d’amore e di dolore nella creatura terrena, immutata la facoltà di esaltarsi sino ad intendere voci fraterne nello spazio in apparenza deserto.