Sopraggiunto l’autunno, fra mio marito e gli operai, come un anno avanti fra costoro e mio padre, la scissura si accentuò. Mentre gli affari della fabbrica continuavano a rendere guadagni considerevoli sui quali il direttore percepiva un buon interesse, i salari si mantenevano mediocri e i regolamenti durissimi: la mia equità si rivoltava; una cupa onta m’invadeva sempre più di esser lì, inerte e inerme. Certe lavoranti che passavano dinanzi al cancello del giardino, a gruppi, uscendo dalla fabbrica, con un riso sfacciato e sprezzante, mi sembravano più di me degne di rispetto. E non osando quasi più uscire di casa, il grande giardino nella pompa autunnale mi vedeva vagare per ore come un’ombra. Mia madre!... Non le andavo incontro, non vivevo già un po’ come lei?...

Un malessere, una spossatezza generale mi assalirono: un dubbio mi traversò un istante la mente: ch’io stessi di nuovo per divenir madre?

Il terrore onde fui investita mi diede una volta ancora la misura della mia miseria.

Oh, fuggire, fuggire!

Rinnovai a mio marito una domanda già respinta: mi lasciasse andare presso mio fratello, a Milano, per qualche settimana.

Quando ottenni il consenso, la paura di una nuova maternità era svanita. Mio marito aveva pure intuito il mio dubbio, e in pochi giorni la tensione tra noi si era fatta insostenibile. Ci lasciammo senza una parola: egli aveva un’aria di sfida minacciosa.

Di nuovo la città mi accolse. Era la città della mia fanciullezza, questa volta. Pur rinunciando a cercare per le strade e per i giardini la bimba di quindici anni innanzi, io mi sentivo circondare nelle mie ricognizioni da un’atmosfera famigliare: i viali immersi nella nebbia, le piazze dai contorni imprecisi, le file dei fanali, la sera, lungo il Naviglio deserto, mi mostravano la stessa fisionomia d’un tempo. Lì avevo ricevuto da mio padre la prima impronta intellettuale, lì avevo appreso il rispetto, quasi il culto per l’energia umana. Fin da bimba avevo sentito in modo confuso come nella città l’uomo dia una sfida incessante e superba alla natura per lui limitata e insufficiente. In verità, circoscrivendo in certo modo la sua prigione, l’uomo si sente tra le mura cittadine più libero e possente che sotto l’infinito cielo stellato, che dinanzi al mare e alla montagna incuranti di lui: ciò spiega anche l’ostentazione del progresso che le metropoli offrono.

Certo, qui come a Roma, come nel villaggio, quasi sempre il motivo dello sforzo era egoistico: gli esseri si premevano, correvano e sembravano indifferenti gli uni agli altri. Ma un sordo agitarsi di coscienze s’intuiva tra quella rete fitta e tumultuosa, nei grandi sobborghi operai, nelle scuole, nei comizi: coscienze che si orientavano verso una visione ancora confusa, che trovavano stimolo al lavoro in qualcosa di non tangibile, in un sentimento di reciprocità, di solidarietà col passato e coll’avvenire, in una vera estensione d’amore nello spazio e nel tempo. E alcuni uomini e alcune donne, con serena pazienza, promovevano quasi da soli tutta quella germinazione. Un’ideale corrispondenza era fra essi e la mia vecchia amica di Roma: già in lei avevo ammirato e invidiato il potere animatore e propulsore che una forte volontà altruistica può esercitare nella città moderna.

Andavo con mia sorella a visitare i luoghi ove s’iniziavano tentativi di riforma, ove s’abbozzavano gli schemi della convivenza umana avvenire, e osservavo trepidamente svilupparsi in lei il desiderio di partecipare, fosse anche in minima parte, all’azione, di non passare ignara e sterile accanto alla vita. Dacchè era arrivata a Milano, aveva condotto un’esistenza malinconica, troppo sola sempre e senza occupazioni. Il babbo viaggiava quasi sempre, malato d’instabilità, irrequieto e scontento. Nostro fratello s’era impiegato in una fabbrica, e sperava poter arrivare presto a provveder da solo a sè e alla fanciulla: frequentava l’Università Popolare, leggeva molto, aveva alcuni compagni interessanti; ma capiva di trascurar un poco la sorellina. «Avrebbe bisogno d’una amica: che cosa posso fare io per lei?» Ella ascoltava, con i suoi grandi occhi dilatati: dolce fiore di giovinezza che oscillava in esaltamenti e depressioni per la mancanza appunto d’uno stimolo continuo, vigoroso e tenero insieme. Temeva d’esser la vittima estrema dell’errore che aveva unito i nostri genitori, di portare il loro irrimediabile dissidio nel proprio carattere. Ripeteva: «Se ti avessi vicina un po’ sovente!» E sembrava scrutarmi nell’anima, interrogare l’avvenire.

Con gioia e timore insieme rilevavo in lei quest’ansia dello spirito, principio veramente di una più alta esistenza di cui avevo in parte la responsabilità. Avrebbe la vittoria coronato lo sforzo suo e del fratello? Entrambi mi rappresentavano l’uomo e la donna d’oggi alla soglia della vita, la loro tristezza e la loro speranza. Mentre l’una deve ancora spezzare vincoli esteriori ed interiori per conquistare la propria personalità, l’altro ha bisogno d’esser visto, d’esser guardato negli occhi da lei come da un’anima che sa e vuole. Avrebbe trovato ciascuno l’essere che poteva accompagnarlo nella vita partecipando a tutte le gioie e a tutti i dolori? In certi momenti mi dicevo che mi sarei ritenuta fortunata nella mia sventura se avessi potuto imbattermi, prima di morire, in qualche umana coppia perfetta. Ripensavo ai due giovani fidanzati intravisti il giorno della morte della mia amica, a Roma. Sì, qualcuna già poteva, doveva esistere, e rapidamente suscitarne altri esemplari intorno. Nella mia fantasia frattanto erano un tormentoso sconforto alla squallida condizione in cui giacevo. E mi cantavano nella mente le parole che i poeti non dicevano ancora.