Intermezzo di vita. Mi sentivo alacre, volonterosa, forte. Tutto quanto avevo accumulato nella mia anima durante i mesi di solitudine laggiù, balzava adesso in limpide formule. Quasi una purissima gioia di creazione m’invadeva quando consideravo dentro di me l’ideale di creature che non portassero più nelle vene come me, come i miei fratelli e mio figlio, un sangue di perenne contesa; in cui un’unica volontà parlasse, nell’esempio e nel ricordo di genitori amanti e attivi, nella speranza d’una sempre maggiore serenità di vita.

Nel futuro, nel futuro. La certezza d’un tale avvenire mi si era andata formando inavvertitamente, forse dall’adolescenza, forse prima, quando l’atmosfera penosa della casa ove due cuori avevano cessato di comprendersi, mi aveva rivolta l’anima alle indagini appassionate. Come le aveva perseguite il mio temperamento logico ed assoluto, a traverso ogni ostacolo! A tratti, un senso di ammirazione quasi di estranea mi prendeva per il cammino da me percorso; avevo la rapida intuizione di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano, d’essere tra i depositari d’una verità manifestantesi qua e là a dolorosi privilegiati.... E, pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un giorno ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile.

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XXI.

Mio marito mi ricevette alla stazione del paese con un certo impaccio: si occupò specialmente del figlio nel tragitto verso casa. A casa la domestica mi avvolse in uno sguardo trepidante che mi sorprese. Ma erano lì anche mia suocera e mia cognata; dovetti comporre il volto alla calma cortesia che usavo con loro, assistere alle feste ch’esse prodigavano al bimbo un po’ restìo, un po’ annoiato. Osservavo mio marito e mi stupivo di trovarlo inverosimilmente invecchiato, con la traccia d’un guasto interno su la maschera pallida e contratta. Possibile che poche settimane soltanto fossero scorse dacchè ci eravamo separati? Anni mi parevano: più ancora: mi pareva di non avergli mai appartenuto, tanto lo sentivo lontano da me, estraneo.

Quando restammo soli, egli mi disse di una indisposizione avuta durante la mia assenza. Parlava abbondantemente e confusamente. Si trattava di cosa leggera, un ritorno, diceva, d’un’infezione avuta molti anni addietro, da soldato.... Qualcosa mi balenò alla mente, come la confusa reminiscenza di parole udite, quando? in città? dalla dottoressa?—Roba da nulla, egli ripeteva, senza conseguenze. Aveva dovuto serbare l’immobilità per alcuni giorni: ora era guarito, ma il medico avrebbe voluto che continuasse a riposare, ciò che non era possibile.

La narrazione era intercalata da brevi soffocate bestemmie, espressione famigliare dei suoi rammarichi. Ascoltavo in silenzio, incapace di rendermi conto esatto della realtà. Egli si alzò, mi prese tra le braccia, con una esitanza quasi rispettosa che non gli conoscevo; cercava le mie labbra; istintivamente piegai il capo: egli mi posò la bocca a sommo della fronte mormorando: «Sei buona tu.... tanto buona.... non ti merito....»

Coricati, il suo desiderio alitava caldo intorno alle mie membra.... Una frase remota, il ricordo d’un sorriso amaro sul volto della dottoressa, un giorno, a Roma, mi lampeggiarono di nuovo alla mente. E un impeto indomabile, selvaggio, di difesa, m’invase. Egli desistè dopo un istante, ed io restai fremente a lungo come uscita, da un bagno di fiamme.

Il dì dopo venne il medico d’un paese vicino; parlò di riposo, di cure, e se ne andò avvolgendomi in uno sguardo ambiguo.