Anche la domestica aveva uno strano modo di guardarmi, o piuttosto, di distogliere gli occhi dai miei. Infine si lasciò sfuggire che il padrone era stato in città alcuni giorni dopo la mia partenza, e che al ritorno si era ammalato. Benchè non l’interrogassi, aggiunse: «Non mi fate dir altro....»

Non ce n’era bisogno. La fantasia mi tracciava ora una scena dai contorni sfuggenti: l’uomo che in un giorno d’irritazione andava a picchiare a una porta infame.... Vedevo l’onta di colui presso i famigliari, la sua risoluzione di nascondermi tutto, i sotterfugi.... Che cosa poteva in tutto questo sorprendermi? Nulla: come se un ritratto, alla cui esecuzione avessi assistito giorno per giorno mi si mostrasse finalmente completo, perfetto.

E non gli dissi una parola: le mie labbra non avrebbero potuto disserrarsi, anche se l’avessi voluto. Feci preparare in una camera accanto a quella del bimbo il letto per me, e la sera, prima ch’egli uscisse dal suo solito giro in fabbrica, lo avvertii. Egli impallidì un poco: ma forse era preparato, e mostrò non dar importanza al fatto: «Questione di giorni!»—brontolò.

Un ribrezzo profondo mi dominava ogni volta che lo vedevo rientrare in casa. Egli manteneva un’aria di vittima infastidita e pareva non supporre in me nulla di nuovo. Si compiaceva nell’ascoltare ed esperimentare i consigli empirici di sua sorella. E allorchè non si lagnava delle malattie che colpiscono chi men se l’aspetta, dava sfogo all’acredine contro i socialisti che tendevano in quel tempo a suscitargli uno sciopero. A volte, sorprendendomi seduta accanto al bimbo, con il capo appoggiato alla testolina di lui, intenta a leggergli una storia o a commentargli un’incisione, aveva una contrazione maligna delle labbra e non reprimeva qualche motteggio. Volevo fare uno scienziato anche di quel poverino?

Studiava il piccino, adesso, e l’intimità dei nostri cuori pareva aumentare in quel destarsi della sua intelligenza, in quelle prime emozioni del pensiero. Mentre egli al tavolino faceva i suoi esercizi, io scrivevo o leggevo, interrompendomi per rispondere alle sue domande. Passavano minuti di dolcezza e di pace. Poi, quand’egli mi lasciava per andare e giocare, un gelo m’invadeva.

Sfogliavo in quei giorni con una strana voluttà il «giornale intimo» di Amiel. Fantasmi popolavano il mio studio, mi apparivano dinanzi fra le piante del giardino o in mezzo alle vie maestre o in riva al mare: mia madre giovane accanto alla culla delle mie sorelle, in atto d’accettare la sua sorte atroce; questo filosofo ammalato, curvo sulla sua scrivania ad esprimere il suo dolce pessimismo intessuto di lagrime e di ruggiti repressi; un famoso scrittore nostro, infine, una delle mie ammirazioni d’adolescente, a cui poco innanzi il figlio ventenne era morto, vittima forse del dissidio tra i genitori. Simboli sanguinosi della vanità del sacrificio, esempî terribili del castigo incombente su ogni coscienza che si suicida.

Non ero io una di queste coscienze? Non mi era bastato il ragionamento e l’intima persuasione. Avevo continuato ad appartenere ad un uomo che disprezzavo e che non mi amava: in faccia al mondo portavo la maschera di moglie soddisfatta, in certo modo legittimando una ignobile schiavitù, santificando una mostruosa menzogna. Per mio figlio, per non correre il rischio d’esser privata di mio figlio.

Ed ora, ultima viltà che ha vinto tante donne, pensavo alla morte come ad una liberazione: mi riducevo anche a lasciare, per morire, mio figlio: non avevo il coraggio di perderlo per vivere.

E a tratti come un vento di follia m’investiva. La sera, dopo aver sopportato la conversazione dei parenti, se restavo sola di fronte all’uomo che mi avviliva coi suoi sguardi e i suoi tentativi di riconciliazione, mi lasciavo trarre a lanciar parole taglienti contro i lagni ch’egli esalava sulla crisi dell’industria e l’atteggiamento degli operai. La mia voce si faceva acuta, quasi smarrivo il significato delle mie parole. Allora, una vocina m’interrompeva d’improvviso: «Mamma!», e dopo un momento: «Vieni, mamma!» Mi riscotevo, mi recavo al buio nella stanzetta ov’era coricato il bimbo. Egli vedeva la mia ombra nel vano della porta: mi chiamava di nuovo più sommesso: «Mamma!» E come mi sentiva presso il letticciuolo, traeva fuori le braccia, m’afferrava il collo, mi attirava il capo accanto al suo. In silenzio, mi passava una mano sugli occhi, sulle guance; sentivo il tremore delle dita tepide e morbide.... Che voleva la cara anima? Accertarsi ch’io non piangevo, che il papà non mi faceva piangere.... Mi gettavo traverso il letticciuolo e i singhiozzi montavano, infrenabili; li soffocavo nelle coltri, sentendo di nuovo la parola tremante: «Mamma!», e il mio viso era bagnato di lagrime mie, sue.... Imploravo in cuore: Perdono, perdono, figlio! E a lungo restavo lì, china, senza parole, attendendo per il piccolo essere il sonno pietoso, per me l’atonìa che segue la crisi.

Un giorno arrivò un telegramma che m’annunziava le condizioni disperate di un mio zio di Torino, fratello maggiore di mio padre, che mi aveva sempre dimostrato il suo affetto attraverso i tempi e le vicende, e più volte mi aveva beneficata con doni e prestiti di danaro, nei tempi difficili di Roma specialmente. Egli era l’opposto di mio padre, con tutte le caratteristiche del borghese lavoratore, limitato nelle idee, ligio alle usanze, soddisfatto di sè, ma profondamente buono. A lui riportavo tanti miei ricordi d’infanzia, e, nonostante l’immenso divario di principii e di sentimenti, m’ero sempre commossa ad ogni incontro col caro vecchio pingue, roseo e burbero, a cui una ventina di nipoti, figli de’ vari fratelli e sorelle, facevano corona.