Così poteva pure avvenire di me.... Ma, e mio figlio?

Invece, ora, dopo.... io e mio figlio, soli.... Ecco; giravo per la casa, mia: nessuno! Uscivo in giardino, nella via.... Ecco il mare, i paesi lontani. E in questo mondo immenso, liberi, liberi, io e mio figlio....

Era un sogno ad occhi aperti. Quando sentii la voce del bimbo che chiamava la domestica, trasalii. Mi stupii sopratutto di non provare orrore al pensiero di essermi raffigurata tutto ciò. Sentii aprire la porta del giardino; mio marito entrò; era il meriggio. Si avvicinò, mi parve che mi guardasse e tòrsi il viso. Mi occupai del bimbo per tutto il tempo del pasto, poi, soli un momento, mi rivolsi a lui: sentivo la mia faccia irrigidirsi:

«Dovrò chiudere la porta della mia stanza!»

Quegli diede un pugno sulla tavola. Poi fece alcune volte il giro per la sala, e si sedette fremendo.

«Fa quello che vuoi!»

Si rialzò di scatto ed uscì nel giardino. Ma subito rientrò vomitando un cumulo di parole infami. China, stringendomi il bimbo accanto, continuavo macchinalmente a segnare col dito le linee del libro che leggeva. Interruppi le bestemmie guardandolo fermamente in faccia: gli dissi che c’era un solo rimedio, quello che avevo indicato un anno prima: separarci.

Quegli s’era fatto più livido. Me ne andassi, me ne andassi, avrebbe ben trovato un’altra femmina al mio posto!

Calma, proseguii: «Sia pure. Ma non in presenza di mio figlio. Lo porterò con me, aspetterò in casa di mio padre che la legge regoli il nuovo stato di cose».

Egli era accanto alla vetrata del giardino: alzò un braccio, poi lo lasciò ricadere. Il suo volto era gonfio e livido.