«Il figlio?—proruppe.—Pròvati!»
La voce s’era elevata, doveva passar le portiere, giungere in istrada. Il corpicciuolo infantile accanto a me era scosso da un tremito, si avvinghiava al mio tra i singhiozzi repressi.
«E tu, àlzati! Vieni con me in fabbrica, su!»
Subito, la vocina tremula oppose:
«Ho da fare il còmpito....»
I puri occhi turchini s’incontrarono con quelli del padre, torbidi, spaventosi: un momento di silenzio passò. Immobile, non percepivo più che la pressione di una piccola mano un po’ umida.
Sentii sbattere l’uscio, dei passi sulla ghiaia allontanarsi.
Soli in casa, nel pomeriggio fosco.... Il bambino m’asciugava le lagrime lente, col suo gesto accorato; e mi chiedeva: «Che cosa voleva, che cosa aveva papà? Perchè grida così, perchè ti fa sempre piangere, mamma?»
«Devo andarmene, figliolo mio; vedi, devo partire....»