Che cosa balbettavo? Egli mi pose le mani sulle spalle, con tutta la violenza del suo piccolo essere in tumulto.
«Mamma, mamma, e io vengo con te, vero? dimmi, dimmi!... Non voglio restar qui col papà, non voglio lasciarti.... non voglio, mamma! Mi porti via, di’, via?...»
E mi cadde sul petto, rompendo in un pianto che mi penetrò nella carne, un pianto di uomo e di neonato insieme, che pareva riassumere tutto il dolore del mondo.... Figliuolo, figliuolo! Ti strinsi, piansi con te, così disperatamente, sentendomi fondere teco, come se ti raccogliessi nel mio grembo e ti lanciassi una seconda volta nella vita in uno spasimo infinito di sofferenza e di gioia, comprendendo la sovranità formidabile del legame nostro, eterno....
Scrissi a mio padre per prevenirlo. Poi riaprii il libro che già avevo consultato a Roma, l’anno avanti, tristamente. Chiaro e semplice il codice nei suoi versetti.... Io lo conoscevo. Ma solo quando pensai a me stessa, sentii ch’ero io l’incatenata, che proprio su di me la legge era come la porta d’un carcere, ne sentii tutta la mostruosità. È possibile? La legge diceva ch’io non esistevo. Non esistevo se non per essere defraudata di tutto quanto fosse mio, i miei beni, il mio lavoro, mio figlio!
Giorni di tensione spaventevole, in cui, pur non osando ancora appigliarmi all’unica risoluzione, concentravo tutte le mie forze. Oh, non per difendermi dalla rabbia del mio aguzzino, ma per domare il mio spasimo materno al pensiero orrendo di poter esser priva di tutto il sorriso della mia vita! In alcune ore non sentivo in me neppure più alcun impulso, nè di rivolta, nè di rassegnazione. Soltanto, ad ogni tratto, poche parole: «Tu non ami e non sei amata: siete due estranei. Non c’è che un dovere».
Poi: «Tu l’hai visto questo dovere».
E ancora: «O adesso o mai più».
Era una voce implacabile. A Roma, un anno avanti, la fugace ribellione era stata più che altro un impeto istintivo, che aveva sorpreso me stessa. Ma adesso, dopo l’annata di tormentosa e inflessibile meditazione, dopo la visione raccapricciante dell’abisso, era un comando cui dovevo obbedire, o morire.
Il caso, il destino, forse l’oscura logica delle cose aveva voluto che, finalmente, io fossi costretta a mostrare all’uomo di cui ero schiava tutto il mio orrore per il suo abbraccio. Dopo dieci anni. Miseria! Lo strappo furibondo alla catena non era avvenuto nelle lunghe ore in cui essa mi dilaniava l’anima: la carne era stata più ribelle, aveva urlato, s’era svincolata; ad essa dovevo la mia liberazione.