Partire, partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblìo, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore!

Mio figlio.... Ma come poteva l’innocente venir condannato? Come poteva la legge volere, che il povero bimbo rimanesse legato al padre, che fosse impedito a me di proteggerlo, di educarlo, di sviluppare in lui tutto ciò di cui avevo già formato la sua sostanza?

Questo era l’atroce dilemma. Se io partivo, egli sarebbe stato orfano, poichè certo mi verrebbe strappato. Se restavo? un esempio avvilente, per tutta la vita: sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia.

Mi veniva accanto, il bimbo, m’accarezzava le tempie su cui principiavano alcuni capelli ad incanutire.... Ed il grido del mio sangue trionfava per qualche momento: era mia quella creatura, io la volevo contro tutto; volevo serbarmi i suoi baci a costo della sua e della mia salvezza; non potevo, non potevo pensare ch’egli si sarebbe sviluppato, trasformato, senza che i miei occhi si confortassero del suo fiorire, e che la sua puerizia, la sua gioventù avrebbero sorriso ad altri e mai più a me, forse!...

Una volta gli chiesi: «Piuttosto che restar qui solo col papà, andresti in collegio?»

Io stessa non avevo mai accolta l’idea della reclusione per la creaturina.... Ma quando bisognasse scegliere?...

Il poverino disse di sì col capo.... Impallidiva spesso, nel corso della giornata, al suono della mia voce. M’interrogava: «Che cosa ti scrive il nonno? Mi lascerà venire con te il papà a Milano?» Dubitava anch’egli, ora. Ma quando mi vedeva uscire smarrita dalle dispute col padre, o mi sorprendeva con lo sguardo fisso nel vuoto, dimenticava la pena sua per farmi coraggio, per dirmi che lui mi voleva tanto bene, che per lui sarei sempre esistita io sola, sempre, sempre....

«Mi ricorderai sempre, vero? Se morissi, se dovessi lasciarti....»

«Sì.»