Non era assente l’anima sua mentre affermava di sì, tra le lagrime: non cercava in un misterioso labirinto il motivo del nostro dramma. Faceva a sè stesso una promessa che, sepolta, un giorno risorgerebbe e lo illuminerebbe.
Quanto tempo in tale alternativa di lotta e di accasciamento? Due settimane, forse. In paese qualcosa era trapelato; indovinai che si credeva ch’io mi ribellassi per la malattia del marito, la quale pure era conosciuta e commentata. Era venuta la madre di lui, piangendo: «Povera donna, non sapete quante altre sono nel caso vostro.... La tale, la tale altra....» E mia cognata: «Eh, si sa, debolezze. Fu quand’era soldato....» Ella appunto trattenne una sera il braccio del fratello in preda a parossismo: «Vuoi comprometterti? Non domanda che questo lei....»
Ore di dibattito incoerente, esasperante. Ero esausta, avrei voluto piangere sommessamente come una bimba fino a chiuder gli occhi per sempre; non resistevo che per una forza segreta. Chiedevo di esser lasciata partire, di andare a consultar mio padre, di trovar un po’ di requie: lontani, entrambi forse avremmo visto le cose sotto un punto di vista nuovo....
Essi, tutti d’accordo, negavano, negavano. Tratto tratto, mi si gettavano in viso l’esempio di mio padre, la sventura di mia madre, la mia mancanza di religione, le dicerie del passato....
Forse facevo paura, come in quei giorni lontani, ch’essi invocavano con acre malignità. In certi istanti sorprendevo perfino in fondo agli occhi di mio marito come una vaga espressione di stupore, quasi di rispetto: ed era dopo ch’io avevo parlato nel delirio della mia certezza ulteriore, trasportata oltre la vita.... Allora la speranza mi balenava, mi riafferrava. Ah, se quell’uomo non mi fosse vissuto inutilmente accanto dieci anni, se fosse capace di non far scontare al figlio il proprio danno! Non mi scongiurava di restare, anche solo per il bambino, per la sua educazione? Forse, quando avesse compreso l’impossibilità dell’esistenza in comune, avrebbe ceduto per amore di lui.... Egli era ancor giovine, avrebbe potuto rifarsi una vita. Se il perdermi ora gli procurava veramente dolore, questo poteva essergli benefico, nobilitarlo....
Finalmente una sera egli accondiscese a che io andassi a Milano, per qualche giorno, ma senza il figlio. Appunto quel giorno mio padre m’aveva scritto di nuovo, promettendo d’interporsi del suo meglio per ottenermi il bambino, ed esortandomi intanto a partire anche sola, per troncare il pericoloso conflitto. Quando ebbi deliberato, mio marito principiò a stralunare gli occhi, ad emettere gemiti inarticolati. Gli andai vicino, lo scossi: mi guardò trasognato: era in preda ad un momentaneo smarrimento della ragione? O simulava? Gli feci a forza trangugiare un liquore, tornò lentamente in sè. Mi ringraziava: «Non lasciarmi, non lasciarmi! Ti amo tanto, vedi!» E mi afferrava le ginocchia. Continuò a scongiurare, come in preda a un leggero delirio. Tentavo parole di calma; quando cercò di attirarmi a sè, mormorando frasi tronche....
Come mi sentivo chiusa in me, estranea! E com’era vile colui, vile e illuso nella sua forza d’uomo! Egli voleva trattenermi col suo desiderio....
Rimasi rigida, dissi: «Partirò stanotte....»
Di nuovo padrone di sè, non lasciando trasparire l’onta, egli annuì. Sì, mi lascerebbe partire, ma il bambino no, il bambino restava con lui, e io da lontano avrei sentito che non potevo vivere senza la mia famiglia.... E quando fossi tornata, avremmo stabilito la nuova regola d’esistenza.
Andò nella sua stanza. Io non dormii. Seduta accanto al letto del bimbo, non pensavo, non sentivo più nulla: attendevo, che cosa non so: la luce, il tepore, qualcosa che mi facesse sentirmi viva. Avevo tanto bisogno di forza!