Oh quel respiro tranquillo che le notti seguenti non avrei più ascoltato! Suonavano delle ore lontane: trasalivo. Ma com’erano lente quelle ore!... Forse mio padre m’avrebbe aiutata, anche colla violenza, a riavere il povero bimbo.... L’avvenire mi si raffigurava pieno d’enigmi, di agitazioni, di lotte. Nella mischia il viso di mio figlio mi riappariva. Nella strada, ad uno svolto ov’egli passava, io mi sarei affacciata d’improvviso, di tratto in tratto, ed egli sarebbe sempre stato in attesa della mia apparizione.... Intanto gli uomini mutano, mutano le leggi. Una persona che sia un’idea vivente, un’ossessione, può persuadere i più restii.... E poi, la morte!
La morte! Un brivido, come in una notte lontana. Ma io avevo superato il desiderio della morte, anche di quella del mio nemico. Non l’odiavo. Egli non era più che una larva confusa e cupa, che s’ergeva insieme allo spettro della legge nella notte indecifrabile del destino.
Accesi la lampada, la coprii. Un fruscìo. «Mamma?» Mi slanciai sul lettuccio: pose la mano nella mia e si riaddormì. Rimasi senza muovermi, quasi senza respiro.
Mezzanotte. Mancavano tre ore. Le ginocchia mi si piegarono. Seduta sulla poltrona sentivo il freddo invadermi, e raccoglievo tutto il mio calore, gli occhi chiusi, ritirando la mia mano per non agghiacciare la manina. E d’un tratto sentii tutte le mie forze fondersi: mi assopivo? Ero tanto stanca: non avrei potuto partire....
Scoccarono le tre. Balzai in piedi. Mi posi il cappello e m’appressai all’uscio. Poi tornai al letticciuolo, svegliai il bimbo: «Vado—gli dissi piano—è già l’ora; sii buono, sii buono, voglimi bene, io sarò sempre la tua mamma....» e lo baciai senza poter versare una lagrima, vacillando; e ascoltai la vocina sonnolenta che diceva: «Sì, sempre bene.... Manda il nonno a prendermi, mamma.... Star con te....» Si voltò verso il muro, tranquillo. Allora, allora sentii che non sarei tornata, sentii che una forza fuori di me mi reggeva, e che andavo incontro al destino nuovo, e che tutto il dolore che mi attendeva non avrebbe superato quel dolore.
Mi trovai sul treno senza sapere come vi fossi venuta. I primi urti del carrozzone si ripercossero in me come se qualcosa si strappasse dalla mia carne. E il senso dell’ineluttabile m’invase ancor più quando mi vidi portata lontano su quella forza ferrea. Avevo camminato come una sonnambula. Ora la coscienza di quanto avevo compiuto mi appariva. Oh, la suprema agonia!
Come avevo potuto? Ora il mio bimbo, mio figlio, riaddormentato sotto il mio bacio, mi avrebbe chiamata, forse mi chiamava già.... Pensai che l’avevo ingannato. Non avrei dovuto svegliarlo del tutto, dirgli che non sarei mai più tornata, e che non sapevo s’egli avrebbe potuto raggiungermi presto? Forse mio marito era là, ora, presso il letticciuolo, e mentiva a sua volta dicendogli che sarei tornata fra poco, e il bimbo credeva, o lo interrogava con diffidenza.... Che farà domani, e dopo? E tutta la mia vita d’ora innanzi sarebbe forse piena di queste interrogazioni senza risposta....
Come avevo potuto? Oh, non ero stata una eroina! Ero il povero essere dal quale una mano di chirurgo ne svelle un altro per evitar la morte d’entrambi....
Quanto durò l’orribile viaggio? Ad ogni stazione m’afferrava la smania di scendere, di aspettare un treno che mi riportasse indietro: poi, quando la corsa riprendeva, mi balenava a tratti l’idea del suicidio, così facile, lì, a quello sportello: istantaneo....
Ma all’arrivo la stessa volontà quasi estranea, superiore a me stessa, mi s’impose: mi avviai triste ma ferma, tra il fumo e la folla, fuor della stazione, m’inoltrai, misera e sperduta, nelle strade rumorose ove il sole sgombrava la nebbia.