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XXII.

Molto tempo è passato. Un anno, ormai.

Non sono tornata laggiù. Non ho più riveduto mio figlio. Il presentimento oscuro non falliva.

Per quanti mesi ho lottato conservando l’illusione di ottenere mio figlio?

I primi giorni mi furono quasi un riposo, sotto la vigilanza silenziosa e trepida di mia sorella: poi, le settimane si susseguirono in uno scambio sempre più violento di lettere tra me e mio marito, tra lui e mio padre, infine tra i nostri avvocati. In colui si palesava crescente la sorpresa per la mia resistenza; s’illudeva che avrei finito per tornare: non aveva egli per ostaggio il figlio?

E il bimbo, per mezzo della domestica, mi mandava dei bigliettini ove le sue dita incerte scrivevano parole d’amore e d’angoscia: «.... Vorrei scappare, mamma, ma come fare? Qui mi dicono delle brutte cose di te.... Io ti voglio tanto bene, non ti dimenticherò neanche fra cent’anni.... Ma tu che fai? Non puoi mandare a prendermi?»

Nella stanzetta che abitavo provvisoriamente in casa di mia sorella, ed ove giungevano queste effusioni del piccolo cuore addolorato, le ore non si avvertivano più: la notte, figgendo il capo e le mani fra le coltri, soffocavo il rantolo selvaggio.... Chiamavo il bambino per nome, gli parlavo, gli parlavo.... Poi, balzando in piedi, mi pareva d’esser decisa a partire, a raggiungerlo.... Che importava farmi avvilire, calpestare, contaminare? Ma godere ancora della carezza, degli sguardi, degli abbracci palpitanti della mia creatura!

Che cosa mi tratteneva, con forza implacabile? Una voce dentro di me, quasi non mia, non del mio povero organismo sensibile, mi diceva che il passo da me fatto era irrevocabile, e che io non potevo più mentire a me stessa; ch’io sarei morta di onta e di disgusto se non sapevo resistere allo strazio, se non preferivo morire!