Oh, quel comando interiore, terribile!
Per mesi, per mesi.... Ero disposta alla morte colla stessa consapevolezza d’un malato inguaribile.
Sempre più forte mi s’insinuava la persuasione che non avrei ottenuto mai nulla da colui, che la sua vendetta sarebbe stata inesorabile: dopo le minacce egli mi mandava ora parole beffarde: sapeva ch’io non potevo iniziare causa di separazione per mancanza di motivi legali. Mio padre, stanco, non interveniva più; fin dal primo giorno, del resto, egli mi aveva detto di non sperare. Mi pervenne il rifiuto della autorizzazione maritale per riscuotere l’eredità di mio zio. Infine anche l’avvocato rinunziò ad ogni trattativa. Io restavo proprietà di quell’uomo, dovevo stimarmi fortunata ch’egli non mi facesse ricondurre colla forza. Questa era la legge.
La domestica, laggiù, venne cacciata, e così anche i bigliettini di mio figlio cessarono. Seppi che era stata presa una giovane istitutrice; le scrissi, non mi rispose.
Nessuno poteva far nulla per me.
Perchè la morte tardava tanto?
O io ero morta di già e non sopravviveva di me che un ricordo?
Il tempo scorreva, fuggiva. Mio figlio non doveva esser già più quale l’avevo visto l’ultima sera, aveva forse già altre inflessioni nella voce, altra luce nello sguardo. Ma non riuscivo a vederlo diverso. La mia maternità s’era dunque chiusa veramente con quell’ultimo bacio?
Quando furono passati più mesi, io considerai con uno strano stupore che vivevo ancora, che nulla di essenziale era veramente morto in me, e che d’ogni intorno, quasi occultamente, mille enigmi mi sollecitavano. Uscendo per la città posavo gli occhi sui bimbi che potevano ricordare il caro mio lontano, li tenevo fissi con insistenza, e talora un d’essi mi ricambiava l’occhiata con un’ombra d’inquietudine. Nessuno di quei piccoli sorridenti aveva bisogno di me. Ma qualche volta, il mattino fra la nebbia, o sull’imbrunire, delle piccole forme vaghe mi rasentavano, qualche vocetta lamentosa m’arrestava. Sotto la mia carezza, la faccina tribolata aveva un guizzo di gioia. Dove dormivano, come vivevano?... Traverso le preoccupazioni della mia nuova vita il pensiero di quei bimbi, di quelle mamme vaganti per i sobborghi, mi dava una sollecitudine tormentosa.
Un mattino, con mia sorella, entrai in uno dei dispensari per i piccoli malati poveri, istituiti da un gruppo femminile. Mi offersi come assistente di turno, due, tre volte la settimana.