Sempre muta pensier, sempre lo cuoce
Uopo sfrenato di scïenza o possa,
Sempre una spina a sue calcagna nuoce.

Solo fra gli animali ei pur dall'ossa
De' cari estinti aspetta vita, e crede
Sovrastar gioie e danni oltre alla fossa.

In ogni secol l'uom si vanta erede
D'avito senno e cresciutissime arti,
Ed egualmente sitibondo incede.

Ambisce ragunar tutti i cosparti
Lumi dell'universo, e farsi Iddio,
E rifuggongli quei da cento parti.

Agogna fama, e lo ravvolge obblio,
Sanità cerca, e infermità l'abbatte,
Sa di peccare, e vorrebb'esser pio.

Contr'altri, contra sè freme e combatte,
Vuol parer dignitoso ed assennato,
E il premon fantasie luride e matte.

Egli è un astro smarrito ed oscurato
Che di sua prisca gloria un raggio serba,
E volge a rallumarsi ogni conato.

Egli è una cosa angelica e superba,
Egli è un Nabucodonosor del cielo,
Dannato co' giumenti a pascer l'erba.

Sull'intelletto suo s'è steso un velo,
Ch'ei maledice ed agita, e attraverso
Scorge il tesor perduto ond'è sì anelo.

Come offes'egli il Re dell'universo?
Qual fu l'arbor vietata ch'egli ha tocca?
Sin quando in mezzo a' vermi andrà disperso?