Di Carlo a' tempi, vïolenza e orgoglio
Spesso ne' sommi e oscenità regnava,
E de' vili costumi il turpe loglio
Indi più nella plebe pullulava;
Innocenza per tema e per cordoglio
Da ogni parte ascondeasi e palpitava,
E se la raggiungea braccio nefando,
Irrugginito era di legge il brando.
E perchè inetta era la legge ultrice,
L'uomo spogliato del paterno avere,
E il padre della vergine infelice
Che a lui rapita avea truce potere,
Fean la propria lor destra esecutrice
Di cieche stragi e di perfidie nere,
E in mezzo al sangue gli uomini cresciuti
L'ire feroci esser credean virtuti.
E per maggior calamità d'allora
Premeano Italia immiti ferri estrani,
Onde tra parte e parte ardean tuttora
Più frequenti gli oltraggi e gli odii insani;
E perchè il volgo stolido peggiora
Quando vien retto da esecrate mani,
La podestà straniera incrudelìa
Quanto più il volgo oppresso l'abborrìa.
E in sì gravi sciagure, onde cotanta
L'ignoranza e l'obblio dell'Evangelo,
Anche la schiera che dovrìa più santa
Sfavillar, perchè interprete del Cielo,
Campioni egregi aveva, sì, ma oh quanta
Feccia sol mossa a farisaico zelo,
Inimica di Roma, e sovvertente
Co' rei costumi ipocriti la gente!
Su' tristi giorni suoi Carlo fremea:
Data non gli era onnipossente mano,
E pur argin gagliardo imporre ardea
A quel di vizi orribile oceàno.
Non disperò della sublime idea,
Il soccorso affidandol sovrumano,
Vide ch'altri giovar uomo può sempre,
Se a virtù somma sè medesmo tempre.
Dio benedisse quell'eroica brama,
Il suo servo su molti altri estollendo,
E tal gli die di giusto Presul fama,
E linguaggio amorevole e tremendo,
Che, mentre de' perversi ad ogni trama
Fu visto questi oppor senno stupendo,
Ad amarlo costretti o a paventarlo,
Tutti il messo di Dio scerneano in Carlo.
Chè se rigore e dignitosa vita
Il Vescovo integerrimo imponeva,
Ei pria mollezza avea da sè sbandila,
E co' poveri il pan condivideva,
E l'austera sua mente era addolcita
Da quel sorriso che gli afflitti eleva;
Co' superbi terribile soltanto,
D'ogni infelice intenerialo il pianto.
Del paterno suo cor fur monumento
Ospizi per famelici ed infermi,
E istituti ove sprone ed alimento!
Dato venia d'intelligenza a' germi,
E il suo forte, moltiplice intervento,
Ove occorrean contr'ingiustizia schermi,
E l'impulso ch'ei diede a' patrii ingegni
Verso i nobili fatti e i pensier degni.
Sua immensa carità, suo santo ardire
Suscitogli appo il trono alti nemici;
A impudenti rampogne, a spregi, ad ire,
Grida si mescolar calunniatrici:
Nudrir fu detto scellerate mire,
Tutti i dolenti a sè facendo amici;
Dei regi udissi schernitor chiamato,
Che il lituo avea sopra gli scettri alzato.
Lasciava ei che la collera stridesse.
E della Chiesa ognor sostenne il dritto:
Finchè vestigi sulla terra impresse
Contro a sè vide mosso empio conflitto;
Ma se alcun della grazia ai lampi cesse,
Con gioia obbliò Carlo ogni delitto;
E spesso tal, che più l'aveva offeso,
Alfin d'amor per lui sentiasi acceso.