Gl'implacati di Carlo abborritori
Quai tra' mortali furo? I farisei!
La più abbietta genìa di traditori!
Color che in ogni età sono i più rei!
Color che della Chiesa ambìan gli onori,
Poi core e mente ribellaro a lei!
Que' sacerdoti che fautor si fanno
Di sfrenatezza eretica e d'inganno!
Chi è quell'infelice maledetto
Che porta in fronte i torvi occhi di Giuda,
E come Giuda si percuote il petto,
Perchè più in rimirarlo altri s'illuda?
Schiavo sempre viss'ei d'iniquo affetto?
Di virtù l'alma ebb'egli sempre ignuda?
O dopo aver d'amor di Dio avvampato,
Cadde e non sorse, ed a Satàn s'è dato?
Per quai sequele di misfatti orrende
Scritte nel libro degli eterni guai,
Dove cancellatrice più non scende
Del sangue di Gesù stilla giammai,
Un mortifero bronzo oggi egli prende,
E d'empia gioia brillano i suoi rai?
A' rei socii sorride, esce del chiostro,
E l'arme sotto il manto asconde il mostro.
Sì! del truce delitto ei socii avea!
Ed appunto i supremi del convento!
Eran tre questi indegni, e li stringea
D'infernale amicizia giuramento.
Lor chiostro che di santi un dì fulgea,
Fatto avean di turpezze abitamento.
Ministro e amico loro astuto e forte
Era colui che or volge opra di morte.
Uscito appena il perfido omicida,
Guardansi e impallidiscono i preposti,
E un di costoro all'assassino grida:
«Riedi! il sappiam che intrepido ognor fosti;
Questo novo cimento or mal t'affida;
Riedi! sii obbedïente a' cenni imposti!»
Ma in covil di superbia e di licenza
Vano e risibil nome è obbedïenza.
«Ahimè! questi prorompe, ei non m'ascolta!
Che faceste, o compagni, a suscitarlo?
Gagliarda fu l'offerta sua, ma stolta,
Di tor dal mondo l'esecrato Carlo.
Sempre scherniste di dolore avvolta
La presaga alma mia, ma il vero io parlo:
Tanto di colpa in colpa osi vi feste,
Che omai l'abisso a tutti noi schiudeste».
«Codardo! esclama un de' compagni; pensa
Che ognor la sorte al nostro messo arrise;
La sua destrezza in tutte imprese è immensa,
E altre volte le man di sangue ha intrise.
Move or egli ad oprar fra turba densa,
E fian le menti da terror conquise,
Sì che non arduo esser gli dee celarsi,
E illeso nelle tenebre ritrarsi».
Il terzo ostenta egual baldanza, e dice:
«Purch'egli atterri il Vescovo odïato!
S'anco andasse scoverto l'infelice,
E in ferri tratto, e a morte strascinato,
Chi potrà dimostrar ch'eccitatrice
Fosse la nostra voglia all'insensato?
Al venerevol Carlo inni alzeremo,
E il suo uccisor cogli altri imprecheremo».
Intanto l'omicida affretta il passo,
E sui preposti a sogghignar si sforza;
Sembragli il loro cor vigliacco e basso,
Quand'è più d'uopo irremovibil forza;
E dice: «Io ben son certo che a me lasso,
Se la prospera stella oggi si smorza,
Intenti solo ad evitar lor danno,
Costor l'amistà mia rinnegheranno.
Spero che gioïrò di mia vittoria,
Ed eroe da lor labbra udrò chiamarmi!
Quel Carlo ch'ogni nostra ascosa istoria
Investigare osava e minacciarmi,
Vedrà come del lituo anzi la boria
Per la salute del mio chiostro io m'armi!
Ma s'io perir dovessi?… oh allora tutto
Meco trarrò l'empio convento in lutto!»