Giunge il ribaldo al vescovil ricinto,
Ed ascende al tempietto, ove il Pastore,
Da' famigliari sacerdoti cinto,
La preghiera seral porgea al Signore.
Ivi d'oranti assai stuolo indistinto
Pïamente con esso effondea il core:
Palpita mal suo grado l'omicida,
E ancor «Ti penti!» l'angiol suo gli grida.
Ma soffocò tutti i rimorsi, e rise
Dell'angiol suo e di Dio, come di larve.
Con ira gli occhi sovra Carlo affise,
Ed esecrando zelator gli parve.
A liberarne il mondo si decise,
E certo il proprio scampo gli trasparve;
Allo scoppiar dell'avventata morte
Ratto balzar fidava oltre le porte.
Salmi sciogliendo il Presul benedetto,
Quel nobil verso di Davìd dicea:
«Non si turbi, nè tremi ora il mio petto!»
Quand'ecco sfolgorar la canna rea.
Al fero tuono, ognun d'ambascia stretto
Dal suol sorgendo, «Ov'è il fellon?» chiedea.
Da tergo il colpo giunto era su Carlo,
E, oh prodigio! non valse ad atterrarlo.
«Non si turbi nè tremi ora il cor mio!»
Con ferma voce ripigliò il Prelato,
E in ginocchio rimase a lodar Dio,
Ed a pregar pel mostro sciagurato.
S'udì questi ulular: «Preso son io!»
E il giorno maledire in ch'era nato,
Ed il padre e la madre, e più il perverso
Chiostro, ov'ei s'era in tutti vizi immerso.
Taccia il mio carme le bestemmie atroci
Del traditore e l'infernal suo riso,
Quando mirò degli abborriti soci,
Appo i supplizi, impallidito il viso;
E taccia come, anco all'estreme voci,
Ei sperar ricusò nel Paradiso:
L'alma sua dal carnefice spiccata,
Fu dal re dei demon presa e baciata.
Benchè mirasse nel suo clero istesso
Carlo intelletti perfidi cotanto,
Lo sperante suo cor non fu depresso,
Ma allor anzi doppiò di zelo santo;
Non ebber più nel santüario accesso
Tai che d'avi o d'ingegno avean sol vanto;
Purificata ei la lombarda Chiesa
Volle ed ottenne, ad alti esempli intesa.
Mentre corregger egli e sublimare
I suoi tempi ed i posteri anelava,
E in peste orrenda visto fu esemplare
Di pietà fra la turba afflitta e ignava,
E in nessuna miseria il casolare
Del poverello ei mai non obblïava,
Pur non tacea di basse alme lo sdegno,
Ed era ei spesso ai vilipendii segno.
La luce de' suoi fatti alle sincere
Menti dimostra qual mortale ei fosse;
E quando ascese alle superne sfere,
Confusa alfin calunnia ammutolosse.
Della Chiesa ogni santo condottiere
Sovra l'orme di Carlo indirizzosse,
Ed oggi ancor sulle lombarde rive
Delle virtù del Grande il frutto vive.
Io nulla son, ma ad onorarti appresi,
E so che sei possente appo il Signore,
E con fè al tuo sepolcro mi prostesi,
Ed il pensare a te m'innalza il core:
Odimi, Carlo, e i miei sospiri accesi
T'abbian per me ne' cieli intercessore!
Delle giust'opre caldo amor chiegg'io,
Chieggio vederti un giorno in seno a Dio!
Tra gl'Itali non v'ha petto gentile,
Cui söave non sia la rimembranza
Di pastor sì benefico all'ovile,
D'uom ch'agli altari diè tanta onoranza.
Chi, solcando il Verban con petto umìle,
Non mirò intenerito in lontananza
L'antica Arona, ove le limpid'acque
Lietamente dir sembrano: «Ei qui nacque!»