Ed ecco del bimbo
La mamma ritorna:
È stanca, ma un raggio
Di gioia l'adorna;
S'asside a lui presso,
Lo stringe al suo sen.
«Oh quanto sinora
Mi dolse, o figliuolo,
Lasciarti ogni giorno
Sì tristo, sì solo!
T'allegra: celeste
Soccorso a noi vien.

«Nell'ore ch'ai figli
Non ponno dar cura
Le madri, cui preme
Fatica e sventura,
Da provvide menti
Ricovro s'aprì.
Alquanto risana,
E là tu verrai:
Son piene due sale
Di pargoli omai:
Giocando, imparando,
Vi passano il dì.

«Al santo pensiero
Che aprì quel ricetto,
Ministre si fanno
Con tenero affetto
Più vergini umìli,
Sacrate al Signor:
Null'altro che amarti,
Il sai, potev'io,
Ma quelle söavi
Ancelle di Dio
Più dolce, più giusto
Faranno il tuo cor.

«Io, conscia che al figlio
Non manca un'aïta,
Trarrò senza pianto
Mia povera vita,
L'usato lavoro
Stimando leggèr.
Al tetto materno
Verrai verso sera,
E sempre alzeremo
Concorde preghiera
Per l'alme pietose
Che asilo ti dier».

Quel fanciulletto già infermiccio e tristo,
Indi a non molto, in sì benigna scuola,
Rosee le guance e lieti i rai fu visto.

Oh d'amorose labbra la parola
Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini,
Addolcisce le doglie e li consola!

D'entrambo i sessi i pargoli tapini
Ivi sottratti vanno a rio squallore,
Ed a costumi stolidi e ferini.

Che invan vorria la madre o il genitore
Occhio assiduo tener sui cari pegni,
Qua e là faticando per lungh'ore.

Abbandonati a sè, crescere indegni
Veggionsi quindi d'assai plebe i figli,
Egre le membra ed egri più gl'ingegni.

Per cadute e per cento altri perigli
Vedi qual di storpiati e di languenti
Esce turba da' poveri covigli!