Tempio quello non è ch'ardito s'erga
Sovra eccelse colonne, e in maraviglia,
Quasi reggia celeste, i cuori immerga.

Poco più che a magione umìl somiglia,
E pur ivi m'invase quel tremore
Che per solenne ossequio all'uom s'appiglia;

E per quell'ara palpitai d'amore,
Come mai palpitato io non avea,
E in ver sentii ch'ivi sedea il Signore!

Brev'ora fu, ma pure indi io sorgea
Trasmutato in altr'uom, portando in seno
Il Salvator che i mesti accoglie e bea.

E tale in que' momenti era il baleno
Della luce divina in me raggiante,
Che il patir mi parèa di gioia pieno,

E leve il ferro mi parea alle piante.

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Oh di Spielbergo semplice chiesuola,
Ove non s'alzan preci altre giammai,
Che del mortal che cingesivi la stola,
E di viventi infra catene e guai,
Ah, in te risplende pur Quei che consola!
Quei, che del fiacco non respinge i lai!
Quei, che l'amaro calice accettando,
Com'uomo il rimovea raccapricciando!

Con qual desìo la settima festiva
Aurora io nel mio carcere attendea!
Per sei giorni in mestizia illanguidiva,
O la mente pensosa egra fervea,
E talor preda sì di larve giva,
Che il lume di ragion perder temea:
In quell'ore io talvolta Iddio cercava,
E, inorridisco in dirlo! io nol trovava.

Ma il giorno del Signor rivedea alfine,
E mettea lieto suon la pia campana,
E a söavi pensier l'alme fea chine,
E a ricordanze dell'età lontana:
Potenze inespressibili, divine
Scemar parean l'orror della mia tana,
E a me, come a fanciul, batteva il petto
Di quel festivo bronzo al suon diletto.