Poi tutte disparian mie cure atroci
Quando il pietoso sgherro aprìa le porte,
E de' compagni mi giungean le voci,
E la imperante seguivam coorte;
Gli avvinti si porgean cenni veloci
Di costante amistà nell'aspra sorte;
Ma non a tutti amici ivi era dato
Incontrarsi, parlar, pregare allato.
Sempre, sempre novella, alta esultanza
Il commosso m'invase animo, quando
In quell'incolta ma pur sacra stanza
Posi il piè, mie catene strascinando,
E in simbolica vidi umil sembianza
Suoi sfolgoranti rai Gesù ammantando
Benedirci, e per noi con inesausto
Amore offrirsi al Padre in olocausto.
Colà il Signor mi favellava al core,
E la sua voce somigliava a quella
D'amorevole, ansante genitore
Che a sè un figliuolo sconsolato appella,
E «Disgombra gli dite, ogni timore
»Che mai mia tenerezza io da te svella!
»Veggio che disamar tu me non sai,
»E ciò che indi tu vuoi, tutto otterrai!»
Ei mi diceva inoltre:—«Io t'ho punito
»Non già per rabbia onde avvampar non soglio,
»Ma perchè il prego mio non era udito,
»E sì correvi per le vie d'orgoglio,
»Che obblïato me avresti, e lui seguìto
»Che l'alme adesca all'eternal cordoglio:
»Con forte piglio il correr tuo rattenni,
»Ma t'amai, t'amo, e per salvarti io venni!»
Io mi gettava allora a' piedi suoi
Con dolcezza ineffabile, e piangeva,
E sclamava: «Signor, fa ciò che vuoi
»Di questo figlio della debol Eva!»
»Sordo vissi, pur troppo, a' cenni tuoi,
»Ma tua incorante voce or mi solleva:
»Nulla sperar dovrei, ma poichè m'ami,
»Un don ti chieggo ancor—ch'io ti rïami!»
E poi prendea fiducia, e proseguìa
A lui tutti schiudendo i miei desiri:
Lo supplicava per la madre mia
Che sparso avea per me tanti sospiri!
Pel dolce padre calde preci offrìa!
Per tutti quegli amati onde i martìri
M'eran del martìr mio più dolorosi,
E ch'io tanto di me sapea bramosi!
Del Moravo castello umil tempio,
Quante grazie ti debbo soavi!
Il mio spirto pöetico alzavi
Dai terreni, opprimenti dolor.
Io sentiva entro te que' dolori,
Ma diversi, ma misti a contento:
Io chiedea raddoppiato tormento,
Purchè Dio m'addoppiasse l'amor.
Io il disprezzo acquistava de' ferri,
Ma non più quel disprezzo superbo
Che del vinto fa l'animo acerbo
Contro quei che nel lutto il gettàr.
Io sperava, io credea che i vincenti
M'assegnasser destin sì tremendo,
Non vil odio, ma sol rivolgendo
Di giustizia rigor salutar.
Io dicea che se in pugno tenuto
Uno scettro in que' giorni avess'io,
Gli avversanti dell'animo mio
Con isdegno atterrati avrei pur:
E scernea che son fremiti ingiusti
Que' dell'uom che da forti domato,
Non ripensa ch'ei forza ha sfidato,
Che d'un dritto essi i vindici fur.
Compiangea il fato mio, ma pensando
Qual dover mosse i giudici miei:
Ma pensando che in ciel li vedrei
S'io perdon ritrovava al fallir.
E di grazia per me sospiroso,
Supplicava ogni grazia per essi,
Presentendo i reciproci amplessi
Là dov'ira non puossi nodrir.