Della chiesuola de' prigioni uscito,
Io ritornava entro mia mesta cella
Col sen da mille affetti intenerito,
Con fantasia più generosa e bella:
L'ineffabil poter del santo rito
Avermi parea dato alma novella:
Ed intero quel dì lieto sciogliea
Di David gl'inni, ed inni altri tessea.
Oh facoltà di poëtar gioconda,
Ma più negli anni orribili del lutto,
Quando forza divina il core inonda
E d'eccelsi pensier lo infiamma tutto!
Quando nell'uom tal grazia sovrabbonda
Che a benedir sue croci indi è condutto!
Face di poesia! senza una chiesa,
No, non saresti in me rimasta accesa!
E se tal possa amabil dell'ingegno
In me si fosse per dolore estinta,
Languito avrei d'ira e superbia pregno,
O l'alma a vil furor sariasi spinta:
Della vita un frenetico disdegno
Spesso prendeami in tanti mali avvinta,
Poi la luce de' sacri inni tornando,
Io riponea l'empio disdegno in bando.
Il mortal che in mestizia s'inabissa,
E fero soffre ineluttabil danno,
Sempre in oggetti d'ira il guardo affissa;
Ogni umano gli par vile o tiranno;
L'altrui virtù al suo torbo occhio s'ecclissa;
In tutti sogna i benefizi inganno;
E fraterna pietà posta in obblio,
Disama e niega e maledice Iddio.
Filosofar s'immagina il fremente
Calunnïando il mondo e il Créatore;
Ma chiudendo a' pensieri alti la mente
Tutto mira a traverso empio livore,
Bugiarda estima ogni men atra lente;
Satana è il suo maestro e il suo autore;
Armi date e coraggio a quell'ossesso,
Ed eccol trucidare altri o sè stesso.
Vicino a quella infame insania giacqui
Più d'una volta a' giorni incarcerati;
Ed allor tetramente mi compiacqui
Ricordando que' libri sciagurati,
Che nell'audace secolo in cui nacqui
Plausi a ferocia e suicidio han dati,
E col velen de' rei volumi in petto,
Volvea il fin dell'apostol maladetto.
Grazie, chiesuola, a' prigionieri amica!
Da te emanava inenarrato incanto!
Da te riedea la mia fiducia antica
Nell'assistenza del tre volte Santo!
In te il perdon non mi costò fatica!
In te d'amore e di dolcezza ho pianto!
In te ne' tristi dì ripigliai lena,
E sino al termin sopportai mia pena!
Improvvisa comparve un'aurora
Che distinguer dall'altre non seppi,
E la sera ivan sciolti i miei ceppi!
Ed uscii dall'orrendo castel!
Del decennio l'angoscia mortale
Un istante, un accento avea sgombra:
Dalla fossa qual reduce un'ombra,
Mi stupìan terra ed uomini e ciel.
Traversai valli e balze straniere,
M'avvïai della patria a' bei lidi,
L'Alpe ascesi, ed oh gioia! rividi
La natíva penisola alfin.
Al dolcissimo letto del padre
Egro giunsi, ma giunsi felice:
Lui rividi e la mia genitrice;
Tra lor braccia mie pene avean fin!
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