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Del cannone il fragor nuncio prorompe,
E da ogni parte ecco seguir silenzio;
La procedente pompa in quell'istante
Prese le mosse avea del tempio. E oh quale
In tutta quella turba apparìa senso
Misto di gaudio, di stupor, d'ossequio,
Di terror sacro! E nel quadrivio tutti
Protendeano la testa, impazïenti
D'appagar le pupille in quel sublime
Intervenir del Re dell'universo
Tra le infelici vie che de' mortali
Cingon le case!
Il cinguettìo s'andava
A poco a poco intorno rïalzando,
Sin che ad un capo della via rifulse
La prima Croce, e la seguia drappello
Di devoti cantanti. Allor di novo
Regnò silenzio. A quella prima Croce
Ed al suo stuolo, stuoli altri seguìro,
Con altre Croci ed elevate insegne,
E varii ammanti, onde scerneansi varie
Affratellanze di civili uffici
E di sacerdotali. Inteneriva
Quell'ineffabil mistica armonia
Degli aspetti, moltiplici, e dell'inno
Da tante bocche e tanti cuor sonante,
E del brillar dell'infinite faci,
Il pio simboleggianti amor ridesto.
Bello il mirar là sovra antiche gote
Lagrime di piacer! Là, sovra gote
Di dolci verginelle e di lor madri
Lagrime d'agitate alme, ferventi
Di carità reciproca e di gioia!
E là l'ansante genitrice in alto
Il suo bimbo elevar, sì ch'egli scorga
La maestà del rito, ed insegnargli
A riportar la tenera manina
Sulla fronte e sul petto e sulle spalle,
Balbettando la trina alma parola,
Che de' cattolici è gloria e salute!
Poi tragittate le abbondanti schiere
Che annunciavan l'Altissimo, ecco un nembo
Di timïàmi, e fra quel nembo pria
Vago drappello d'angioli incensanti,
E fiori per la sacra aura spargenti;
Indi—oh spavento! oh amore!—indi Colui
Che la terra creò, che creò i cieli,
Che l'uom creò, che all'uom s'unì, e divisa
Dell'uom l'ambascia, il consolò e redense!
A cotal vista l'adorante folla
Genuflessa cadeva, ed i singhiozzi
Udii di molti che dicean: «Signore,
»Pietà di me che te cotanto offesi,
Ed ammenda desìo!»
—Stava fra i mille
Colà prostrato un giovane infelice,
Ch'empio non era stato, e sempre in core
D'amor favilla avea per Dio nodrita,
Ma pur sovente dal demòn superbo
Delle dubbiezze invaso avea lo spirto.
E certo le dubbiezze eran flagello
Da Dio permesso, perchè umìl non era
Di quel giovin lo spirto, e si credea
D'altissima natura, atto all'acquisto
D'ogni saper cui non s'aderge il volgo;
E lungh'ore ogni dì sedea solingo
Fra libri ottimi e pessimi, e scrutava
La verità—dimenticando spesso
D'invocarla dal ciel. Ma in quel gran giorno
Dell'adorabil pompa, in quel momento
Che a mille a mille si prostràr gli astanti,
Ed anch'egli prostrassi; il giovin, pieno
Poco prima di tenebre, una luce
Vide novella, e umilïò l'altero
Intelletto con gioia, e senza orgoglio
Fu per più giorni e immacolato e forte.
E quando quell'audace irrequïeto
Tornava a' suoi deliri, investigando
Con indagin profana alti misteri,
Scontento si sentiva e sen dolea;
Ed in sè di quel giorno Lugdunense
La ricordanza ridestava, in cui
S'era con fede innanzi a Dio gettato;
E tale avventurosa ricordanza
Lui consolava, e gli rendea sovente,
Od accresceagli della fede il raggio!
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V'amo, o Processïoni! e v'amo tutte,
Pubbliche preci dalla Chiesa alzate
Ad inforzarci in perigliose lutte!