Udran certo la prece devota
I Bëati che sono appo Dio;
L'udrà l'Angel del bosco e del rio,
L'udrà l'Angel del monte e del pian;
E le debili umane parole
Commutando in concento divino,
Le alzeran fino all'Unico-Trino,
E felice la messe otterran.
Ma se pur le parole dell'uomo
In concento divin commutate
Al Signor non salissero grate,
E vibrasse tremendo flagel,
La preghiera che alzaro i credenti
Infeconda giammai non si fora,
Sempre i cor la preghiera migliora,
Sempre l'uom riconcilia col ciel.
E dopo l'anno in cui sole o procella
Di frutti la campagna han desertato,
Riedono i contadini in la novella
Stagion di maggio al supplicare usato.
Di sue peccata ognun castigo appella
L'arsura o i nembi del trist'anno andato;
Ognun con penitenza più sincera
Da Dio depreca tai sciagure, e spera.
Venga a que' giorni il vate ed il pittore
Sulla bella collina d'Eridàno,
E contempli quel quadro incantatore
Cui son limite l'alpi da lontano.
Di bellezza uno spirito e d'amore
Diffuso è là sui monti, e là sul piano,
E qui sui poggi, e sui due fiumi, donde
Accarezzan Taurin le amabil onde.
Il vate ed il pittor vedrà un incanto;
A sì bel quadro unirsi novo ancora:
Escon le forosette in bianco ammanto
Da diversi tuguri anzi all'aurora,
Ed affrettano il passo al loco santo,
Ove la campanetta suona l'or;
Passar indi tra questo albero e quello
Vedesi colla Croce il pio drappello.
Pingetemi raggiante dall'Empiro
Degli Angiol la Regina che sorride:
Dicesi che talor nel sacro giro
Delle Rogazïoni alcun lei vide;
Dicesi che commossa dal sospiro
Di quell'anime semplici a lei fide,
Col divin Figlio i campi benedisse,
Nè gragnuola per molti anni li afflisse.
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E belle son le supplici
Pompe di penitenza in alto lutto,
Quando da morbo orribile
A gran terrore un popolo è condutto.
Per alcun tempo attonite
Portano le cittadi il flagel rio,
Indi, poichè ogni provvida
Arte inutile appar, volgonsi a Dio.
Ed allor sorgon uomini
Per eloquenza e santo cor sublimi,
E con ardir magnanimo
Rinfacciano lor colpe ai grandi e agl'imi.