Chi son que' feroci
Che d'Asia partiti,
Di tutto Occidente
Percorrono i liti?
Rapinan, devastano
Campagne e città.
Il lor capitano
È demone od uomo?
Da niuna possanza
Giammai non fu domo.
Flagello di Dio
Nomar ei si fa.
Le Slaviche terre,
Le terre Tedesche
Sopportan sue stragi,
Sue luride tresche;
Le Gallie lo veggono
Sovr'esse piombar.
Ma il barbaro in mezzo
Al sangue, alle prede
Non gode, se Roma
In polve non vede;
Ed eccol dall'Alpi
Furente calar.
Qual possa di braccio
Avria soffermato
Chi tanto al suo ferro
Già, avea soggiogato?
Qual gente dal Tevere
Incontro gli vien?
Un duce canuto,
Magnanimo, forte,
Non forte di schiere
Datrici di morte;
La sola sua fede
Il guïda, il sostien.
Quel duce vestiva
D'Apostolo il manto;
Portava in sue mani
Il Re sempre Santo;
E folto seguialo
Pregante drappel.
Ed Attila, fero
Flagello di Dio,
Innanzi agl'inermi
Tremò, impallidìo,
E disse: «Non voglio
«Pugnar contro il Ciel!»
Perchè retrocesse
Con tanto spavento?
Vid'ei nelle nubi
Un vero portento,
O tutto il prodigio
Oproglisi in cor?
Dicevano gli Unni
Con rabida voce:
«Per quale incantesmo
»Ci vinse la Croce?»
Ed Attila urlava:
«Fuggiamo il Signor!»
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Ah! dolce siami ricordarmi ancora
Processïoni d'altri cuori amanti,
Volte a far sì ch'uom santamente mora;
Allorquando a' fratelli doloranti
Sovra il letto di morte vien portato
Quel Dio che si commove a' nostri pianti.
Brama la Chiesa intorno a sè adunato
Stuolo di figli allora, ed indulgenza
Materna a chi v'accorra ha pronunciato.
Per le vie con sollecita frequenza
Suona la nota squilla annunziatrice
Di quel mister d'amore e sapienza.