E mentre le atterrite alme plebee
Il vil livor depongono, e commosse
Pregan per lui che l'ultim'aure bee,
Con dolcezza rammentan com'ei fosse
Modesto in sua possanza, e come pure
L'altrui miseria a pietà sempre il mosse.
Ovver tristi rammentan le pressure
Ch'oprate lunghi giorni ha il vïolento,
Insultando degl'imi alle sventure.
Lagrime versa quei di pentimento,
E scorge di perdon raggio felice
Entro al cor ricevendo il Sacramento:
E a sè d'intorno mira e benedice
La carità di quella pia congrèga,
Che i torti obblìa dell'alma peccatrice,
E pel suo scampo sempiterno prega.
~~~~~~~~~~
Chi sì fredda laudar mente potrìa
Sì del bello avversaria e del sublime,
Che la potenza non ammiri ed ami
Del gran mister? Mentre all'infermo è data
Per patire o morir forza oltr'umana,
Uno spirto di serii pensamenti
E di mutua pietà gli astanti afferra;
E ciascun dal palagio ov'oggi han regno
Le dolorose infermità e la morte,
Riede a sue ricche sale, o al suo tugurio,
Più memore del cielo e più benigno.
Nè spettacol men alto è quando tragge
Il Pan celeste al miserando letto
Dell'indigenza. Fra lo stuol seguace
Dell'adorabil visita divina,
Donna s'annovra illustre e generosa,
Ben conscia già di luride scalee
E di covili ov'han mendici albergo.
Ed ella dietro al Salvatore ascende
Alla povera stanza; e gentilmente
Del suo splendido stato si vergogna,
Ed aïtar tutti vorria gli afflitti.
Egra giace una vedova, ed intorno
Lagrimosi le stanno i figliuoletti
Della fame dimentici, e accorati
Sol perchè temon pe' materni giorni.
Della Comunïon pur non vorrebbe
Questa mirarli nel solenne istante;
Pensar vorrebbe solo a Dio; ma gli occhi,
Pensando a Dio, ricadon sovra i figli,
E s'empiono di pianto.—«Oh figli miei!
«All'infrenabil mio materno lutto
»Deh non badate, e voi consoli Iddio!
»A lui vi raccomando: ei padre ognora
»Fu de' pupilli derelitti; piena
»Fiducia abbiate in lui!» Così l'inferma
Geme ed abbraccia ad uno ad uno i cari;
Poi, vinta dall'angoscia, obblia di nuovo
La voluta fiducia, e per delirio.
Lamentosa prorompe: «Oh delle mie
Viscere amati frutti! ov'è chi prenda
Cura di voi, quand'io sarò sotterra?
—Per mezzo mio li aiuterà il Signore!»
Dice l'illustre donna ivi prostrata;
E s'alza, ed alla vedova giacente
Le braccia stende, e al sen la stringe; e questa
Effonde il core in voci alte di gioia,
Dicendo: «Io moro consolata! a' figli
«Che in terra lascio, resterà una madre!»
Io vidi, io stesso un giorno in mezzo a' campi
Avvïarsi la visita d'Iddio
A povera magion. Seguii la turba,
Per l'infermo pregando, e quell'infermo
Canuto essere intesi agricoltore
Presso al centesim'anno. Ove giacea
L'onorato vegliardo? In una stalla!
A manca erano i buoi; spazio bastante
Libero stava a destra, e un letticciuolo
Ivi il padre capìa della famiglia.
E in quella stalla il Creator del mondo
Entra a soccorrer l'uomo! ad onorarlo!
A nutrirlo di sè! tanto è il prodigio
Dell'umiltà divina, o tanto agli occhi
Del Crëator sublime cosa è l'uomo!
Ah! ben desso è quel Dio che in una stalla
Nascer degnava, e palesar che in pregio
Gli era il mortal, non per potenza ed oro,
Ma per l'umana sua nobil natura!
Oh mirabile vista quel languente
Che dal guancial la testa sollalzava,
Bella per bianche chiome, e pel sorriso
Della pace di Dio! mirabil vista
L'atto in cui della debil creatura
Cibo si fa il Signor! Chi non di dolce
Stilla bagnate aver potea le ciglia,
Ripetendo le preci?—E la pietosa,
Ond'or parlai, che della vedov'egra
L'oppresso spirto avea racconsolato,
Non è del vate invenzion. Mi stava
Quell'angelica donna appunto a fianco
Or nella stalla del canuto. E quando
Il Sacerdote retrocesse, allora
Sorse l'egregia, e avvicinossi al letto,
E favellò non so quai detti al vecchio,
E nelle antiche palpebre io vedeva
Gratitudin rifulgere e contento.
~~~~~~~~~~
Ma non così pacifiche
Sempre si volgon l'ore
Al figlio della polvere,
Quando patisce e muore.