Colui tre volte misero
Che in suoi peccati è spento,
Di cui la gente mormora:
«Non ebbe il Sacramento!»

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Assai meno, assai meno infelice
Di chi muor senza luce d'ammenda
È colui che da legge tremenda
Vien dannato a precoce morir!
Fur gravissimi forse i delitti
Che macchiaron la vita del tristo;
Ma piangendoli a' piedi di Cristo,
Spera in ciel perdonato salir.

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Ed anco a tal dannato a fera morte
Religïon moltiplica sua cura:
Ella sola al gran passo il rende forte,
Che vinta da terror fora natura.
Arrivato d'un tempio appo le porte
Perchè il fermano? Oh ciel! che raffigura?
Dall'altar mossa l'Ostia avvivatrice,
Conforta ancor la vittima infelice.

E la vittima piange benedetta
L'ultima volta dal Signore in terra,
E con più vigoroso animo accetta
La fune onde il carnefice la serra:
Che è mai la morte al misero che aspetta
Grazia colà, dove non è più guerra?
Ch'è mai la morte all'uom quaggiù imprecato,
Se Iddio gli dice in cor: «T'ho perdonato!»

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Le varie pompe tutte
Uopo non è che annovri il verso mio,
Onde sovente addutte
L'anime sono a rammentarsi Iddio,
E onde abbelliti vanno
Di vita il corso ed il postremo affanno.

Io tutte v'amo, quante
Istitüì la provvidente Chiesa
Processïoni sante!
Sol per la mente a basse cose intesa,
Il senno dell'altare
Non benefizio, ma stoltezza appare.

Io v'amo, o pompe! ed amo
Pur la più mesta; quella in cui giacente
Nel fèretro seguiamo
Il simil nostro, che di nobil ente
Sulla terra mutossi
In carne data a' vermi e in poveri ossi.