Onde bëasse a lei d'intorno il suolo
E le dolci aure col suo bel sorriso,
E morisse alla prima ombra di duolo,

Per destarsi felice in Paradiso.

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Vedi la donna col suo piccol nato,
Che suggendole il seno a lei sorride:
Sebben abbiale tanto egli costato,
La madre da lui mai non si divide.
Insazïata il guarda, insazïato
È il provveder ch'ei non s'affanni e gride:
Animo lieto o da timore oppresso
Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso.

Lo sposo benchè a lei caro cotanto,
È più caro perch'ei pur ride al figlio;
Sovente, favellando a lei d'accanto,
S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio
Tien sovra il pargol con sì forte incanto,
Che non ha udito il marital consiglio:
Allora ei tace e mira, e con dolcezza
Il lattante e la madre egli accarezza.

Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando
Giace nella sua cuna egro il bambino,
E la giovine madre sospirando
Ad ogn'istante riede a lui vicino,
E invan teneri detti prodigando
Tien sulle amate labbra il petto chino,
Ma l'offerta mammella ei bacia appena,
E non la sugge, ed a vagir si sfrena!

Oh con qual lutto miserando allora
La spaventata si rivolge a Dio!
Oh come al dubbio che il figliuol le mora
Trema se in lei fu reo qualche desìo,
E perdono dimanda, e s'infervora,
Promettendo al Signor viver più pio!
I soli Angioli ponno anzi all'Eterno
Sì ardente prego alzar, qual è il materno.

Giorno di liete voci, ora felice,
Quando sceman del pargolo i vagiti!
Quand'ei cerca la dolce genitrice
Con isguardi dal riso ingentiliti!
Quand'ei di novo il caro latte elice,
E scherzoso riprende i suoi garriti!
Tai porge allor la madre inni d'amore,
Quai mandar può de' Serafini il core!

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Ov'alti rischi fervono,
Vieppiù la madre ardita
Pel frutto di sue viscere
Pronta è a donar la vita.