Sentir non basta natural dolcezza
A' cari vezzi di crescente prole;
Non basta ch'uomo obblii truce fierezza,
Come nel suo deserto il leon suole
Quando sul leoncel ch'egli accarezza
Spiegar le insanguinate ugne non vuole;
Non basta ch'uom de' figli suoi le strida
Tolleri, aïzzi, e i giochi lor divida.

Non basta ch'ei, mentre con essi scherza,
Pur li brami al suo cenno obbedienti,
E talor pigli l'esecrata sferza
A domar le più irose audaci menti.

Uop'è che padri e madri abbian sublime
Conoscimento dell'ufficio loro,
E le impronte, che i figli accolgon prime,
Sien d'amor, d'innocenza e di decoro.
Uop'è che i genitor la prole estime,
Perchè non da piaceri o sete d'oro
O bassa invidia spinti unqua li miri,
Ma da pii, generosi, alti desiri.

Gemer che val che nostra età sia guasta?
Che abbondin tradimenti e fratricidii?
Che del dubbiar l'orribile cerasta
Strazii le menti e tragga a' suicidii?

Al torrente de' vizi argin chi pone,
Se mal la patria a' figli suoi provvede?
Se de' fanciulli il cor non si dispone
Da' genitori ad alti sensi e fede?
Se il giovine schernir religïone,
O simularla da' canuti vede?
Perchè t'onorerà, padre, il tuo figlio,
Se in te virtù mai non brillò al suo ciglio?

Sia maledetta la progenie ingrata
Ch'alza sul genitor risa di scherno!
Mal s'affanni di giubilo assetata,
E nell'alma sua vil regni l'inferno!

Ma al par de' figli iniqui e irreverenti,
Voi sommamente sciagurati e abbietti,
Che versate negli animi innocenti
Mortifero velen con opre e detti!
Vita lor deste, e por li avete spenti!
Da Dio li avete, e contro a Dio concetti!
Prodotto avete per l'età future!
Germi rei di più ree progeniture!

Bella è di colta civiltà la luce,
Che assai chimere d'ignoranza espelle!
Ma se spoglia è di fè, non altro adduce
Ch'arti affinate in basse anime felle.

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Altera iva, già tempo, i suoi tesori
Di ricchezza e di fama e di possanza
Roma pregiando, e sebben tocche avesse
L'ignee quadrella di sventura, e sommo
Più sulla terra il cenno suo non fosse,
Ancor a sè dicea: «La invitta io sono!
»L'accenditrice della sacra fiamma
»Del saper nelle genti! e indarno lutta
»Contra il mio genio di barbarie il genio!»
Ma venne il dì che la città del mondo
Fremebonda languendo in crudo assedio,
Prevedea suo sterminio ed il trionfo
Della barbarie propugnata e sparsa
Dal valente Alarico.
Una Sibilla
Nel roman Foro passeggiava irata,
Cinta da cittadini; e se speranza
Fosse di gloria le chiedean coloro,
E richiedeano con affanno.—Ed ella
Con disprezzo miravali, e taceva,
E passeggiava irata, e i dardeggianti
Sguardi della divina alto terrore
Nella plebe infondeano. E poichè sempre
Insisteano le turbe a interrogarla
Sovra i destini della patria, il riso
Amaro del disprezzo in furor santo
Volse; e, strappato dalle grigie chiome
Il vel, la fronte colla destra palma
Si percosse tre volte, e a' suoi pensieri
«Uscite!» disse,—e uscirono tremendi!
«Vaticinio d'obbrobrio e di morte
»All'iniqua Regina del mondo!
»Sette giorni; e poi veggo giocondo
»Qui sue fiamme Alarico gettar!
»In tre parti ecco Roma divisa:
»Un'intera, altra mezzo abbattuta;
»La maggiore ecco fumiga muta
»Sovra l'ossa che un dì l'abitàr».