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Dell'antica Sibilla al disperante
Grido colpiti di spavento, alzaro
Miserevol lagnanza i cittadini,
E a lei diceano, e al cielo: «Onde su noi,
»Onde su figli così orrendo fato?»
Guardolli la inspirata, e lungamente
Tacque fremendo, indi il silenzio ruppe:
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«Onde mova sì fera condanna,
»O perversa d'eroi discendenza!
»Più da voi di virtù la credenza
»A' figliuoli trasmessa non fu!
»Non v'è popol che piombi in rovina,
»Se non dove s'innalzi tal prole
»Che non sa, che non può, che non vuole
»Fuorchè oltraggio ed obblio di virtù!»
E vinse Alarico,
E in fiamme andò Roma,
E tutti la stirpe
Latina fu doma!
E invan quegli oppressi
Dell'Itala terra
Dicean: «Fummo grandi
»In pace ed in guerra!»
Disgiunte da forza
Di mente e di cor,
Le voci orgogliose
Schernìa il vincitor.
E fama narra che la pia Sibilla
Per le italiche sponde ramingando,
Molle sovente avesse la pupilla
Sui rei trionfi dell'estranio brando:
Chiesta venìa talor se una favilla
Prevedesse di scampo, e come, e quando;
Ed allor rispondea più corrucciata:
«Stirpe forse vegg'io dal fango alzata?»
Inteneriasi poscia, ed agli afflitti
«Luce, dicea, non fulge or di speranza!
»Ma da viltà cessate e da delitti,
»E crescete ad onor la figliuolanza.
»A nulla giova favellar di dritti,
»E gli avi rammentar con gran burbanza:
»D'ammendati parenti all'opre sole
»Puote ribenedetta andar la prole».
Ma i più ascoltavan, e movean la testa,
E tenean la fatidica per pazza;
E lungh'anni durò la ria tempesta
Degl'invasori sull'iniqua razza.
Tutta convenne tracannar la infesta
Di servitù e d'obbrobrio amara tazza;
Sepolta andonne civiltà, e con pena
Dopo secoli ancor ripigliò lena.
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Manda, o Signor, lo spiro tuo possente
Ne' padri che al mio tempo han la tutela
Della patria speranza adolescente!