Che inevitata è per lui morte. Oh come
Lenti di nuovo i dì, lente le notti
Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi
D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,
Ed il perpetuo tenebrore—e i cibi
Immondi e scarsi—e l'aspreggiante voce
Di questo o quello sgherro—e il frequent'urlo
D'altri prigioni disperati, in cupe
Vicine volte seppelliti—e il suono
De' ceppi loro, e quel de' propri—e il canto