— È vero, disse Federigo. Dunque si serbino i più notevoli; e tosto s'impicchi ciò che sembra inutile.
— Questo non è paese per me (pensava modestamente frate Uguccione) se qui s'impicca ciò che sembra inutile. E chi più inutile di me fra questi grandi che non mi dicono una parola? Chi più inutile di me a questo letto, ove l'illustre gemebondo non ha parola se non per l'abate, e si cura di me, come se non ci fossi?
Intanto Federigo e Rinaldo erano nella sala, e venutovi il sire di Mozzatorre, Guglielmo l'intese dipingere con nerissimi colori il procedere d'Eriberto e d'Ottolino, e chiamarli autori principali dell'accaduto conflitto e dire che aveali fatti carcerare.
— Bravo il mio Villigiso! disse l'Imperatore: fa che svelino tutte le trame che si nascondono sotto questo fatto. Ma poco dopo apparve con faccia irata il Duca Guelfo, cui tutti salutarono con apparente serenità. «Vi prego, cugino, egli disse all'Imperatore, di farmi rendere due guerrieri, miei famigliari, che vennero per isbaglio sostenuti in carcere. Ve ne rispondo io.»
Federigo gli rispose con cortese sorriso:
— Non vi dispiaccia, Duca, ch'io m'informi prima della cagione di questo carceramento. Se saranno innocenti, vi farò dare ampia soddisfazione.
Questo rifiuto dolse assai al Duca. Il quale nondimeno giunto presso il letto, e presa la mano di Guido, si condolse con parole dolcissime della ferita da lui ricevuta, e parve non avere al mondo altra sollecitudine.
Frate Uguccione trasecolava, udendo parlare con tanta soavità, dopo averlo veduto entrare con faccia da basilisco. — Se non temessi di far giudizio temerario (pensava egli) direi che in queste pareti v'è poca carità e molta finzione.
Stupiva pure che l'Abate paresse non accorgersi di nulla e favellasse con ilarità di varie cose indifferenti. Parea ad Uguccione che sarebbe stato meglio il dimenticare ogn'altro interesse, e parlare subito della povera città di Milano. Quella leggerezza lo scandolezzava, ignorando, come semplice ch'egli era, che in certi tempi e in certi luoghi conviene mostrare leggerezza, affinchè gli animi si tastino prima l'un coll'altro, innanzi di manifestare il fine per cui si è venuto. Così facea Guglielmo; studiava i moti del volto di Guelfo, il suono della voce, gli sguardi e lasciava che altri facesse lo stesso sopra di lui. Ma approfittando poi d'un istante di romore che faceasi nella sala per la venuta dell'Imperatrice, l'Abate disse sottovoce a Guelfo: — Adopratevi, duca, ma con tutta prudenza per salvare que' due Saluzzesi; essi mi stanno molto a cuore!
Guelfo strinse all'Abate la mano e risalutato l'infermo, passò nella sala ad ossequiare l'augusta Beatrice.